Armi di distrazione di massa
Quello che ho fatto per "liberarmi" da Instagram
Questo episodio è supportato da Joinrs
La storia della settimana
Theodore Papes inizia la sua carriera come tecnico elettronico nell'aviazione della U.S. Navy. Dopo la laurea, nel 1952, entra in IBM come venditore, iniziando una scalata ai vertici della tech company più innovativa dell’epoca, arrivando a guidare la divisione IBM in EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa).
Nel 1984, nel pieno della sua carriera, viene messo alla guida di una joint venture che nasce dall’alleanza strategica tra 3 giganti: IBM, Sears, una catena di grandi magazzini e CBS, uno dei principali network d'informazione americani.
L'obiettivo è ambizioso (e, con il senno di poi, strabiliante): portare il mondo intero dentro tutte le case d’America. Quell’azienda, che diventa nota come Prodigy, permette a chiunque abbia un PC IBM (o un clone) di collegarlo a un modem rudimentale (tramite la linea telefonica) e di accedere a news e a una serie di servizi in tempo reale. C’è il meteo, un feed con tutte le notizie più recenti aggiornate live, piccoli forum dove discutere di qualsiasi argomento e addirittura dei servizi di e-commerce (grazie a Sears si potevano acquistare elettrodomestici online) e di banking (per la prima volta si può controllare il proprio saldo senza fare la fila allo sportello).
Prodigy non è esattamente il primo servizio di questo tipo ma è quello che ha più successo perché, quando viene avviato, mostra sullo schermo colori vivaci e grafiche moderne.

L’interfaccia grafica, infatti, cambia tutto. Fino a qualche anno prima, i computer, normalmente mostravano righe verdi su uno schermo nero. Poi, nel 1983 Apple lancia il Lisa (che sarà però un flop) con un’interfaccia che rendeva molto più intuitivo l’uso del pc grazie all’introduzione di elementi grafici come icone, finestre, menu e puntatori. Nel 1984 arriva il Macintosh, che sarà un grande successo, e l’anno successivo viene introdotto Windows, il primo sistema operativo di Microsoft con interfaccia grafica.

Dopo 2 anni di test, il lancio ufficiale del 1988 segna un punto di svolta. Entro la fine di quell'anno, oltre 600.000 famiglie sono già connesse, rendendo Prodigy il secondo servizio online più popolare. I bambini giocano ai videogame, gli adulti leggono Consumer Reports e ordinano fiori via “PC Flowers”. Le bacheche esplodono: discussioni, amicizie digitali, persino primi tentativi di dating online. La crescita è inarrestabile e nel 1991 l'azienda supera la soglia di 1 milione di abbonati.

Tra i tanti servizi offerti da Prodigy c’è una sorta di forum chiamato “Money Talk” dove utenti anonimi possono pubblicare messaggi su temi legati alla finanza e agli investimenti.
Nell'ottobre del 1994, un utente pubblica su questa bacheca un post in cui sostiene che la Stratton Oakmont, la società di investimenti di Jordan Belfort (raccontata in The Wolf of Wall Street) avrebbe compiuto una serie di frodi durante la quotazione di una penny stock.
Di tutta risposta, la Stratton Oakmont intenta una causa per diffamazione contro la stessa Prodigy.
Durante il processo emerge che Prodigy ha una policy di moderazione dei contenuti che vengono pubblicati. Dopo aver analizzato questa attività, la Corte stabilisce che, dato che viene esercitato un controllo editoriale, la piattaforma sarebbe stata assimilabile a un editore. E gli editori sono legalmente responsabili di ciò che pubblicano.

Naturalmente, qui c’è un enorme disallineamento degli incentivi: se il tentativo di moderare la propria piattaforma aumenta la mia responsabilità legale, la risposta razionale sarebbe quella di smettere del tutto di moderare.
Ovviamente è sbagliato!
E quindi proprio per rispondere a casi come questo, gli Stati Uniti approvano nel 1996 il Communications Decency Act. Al suo interno, nella “Sezione 230”, venne introdotta una norma fondamentale che sottrae le piattaforme online alla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dai propri utenti. Questa si regge su due principi fondamentali:
Ospitare contenuti altrui non trasforma la piattaforma in un editore
Le piattaforme non perdono tale protezione se decidono, in buona fede, di moderare o rimuovere volontariamente contenuti offensivi (questa viene definita la clausola del “Buon Samaritano”)
L’obiettivo è innescare un circolo virtuoso: permettere alle piattaforme di ospitare un libero dibattito e, allo stesso tempo, dargli un incentivo a moderare (ed eventualmente rimuovere) i contenuti peggiori, senza la preoccupazione di essere giudicati.
Da quel momento la Section 230 è stata la norma dietro cui si sono riparate tutte le piattaforme ogni volta che venivano accusate di aver danneggiato gli utenti ospitando contenuti nocivi.
Perché in questi giorni si parla di responsabilità delle piattaforme social?
Nel 2023, una ragazza californiana di 20 anni ha intentato una causa contro Meta, Google (per YouTube), ByteDance (per TikTok) e Snap, accusandoli di aver progettato prodotti dannosi che inducono dipendenza, esattamente come le sigarette o le slot machine. La richiesta è un risarcimento per una condizione che l’ha portata ad avere ansia, depressione e dismorfia per più di 10 anni.
In questo caso, quindi, per la prima volta la storia è completamente diversa: l’accusa non sostiene più che i singoli contenuti presenti sulle piattaforme siano dannosi (evitando così che le aziende possano invocare la protezione della Section 230 sulla moderazione). Ma viene chiesto alle società che sviluppano queste piattaforme di dimostrare che il sistema sia sicuro per gli utenti più vulnerabili (i minori) e compatibile con gli standard minimi di tutela della salute. Esattamente ciò che si richiederebbe a un’azienda che produce giocattoli.
Cosa rispondono le piattaforme?
In questi giorni, durante il processo, hanno testimoniato sia Adam Mosseri, il CEO di Instagram, che Mark Zuckerberg.
Il primo ha detto sostanzialmente che la piattaforma non crea una dipendenza “clinica” e ha assimilato l’utilizzo dei social a quello della televisione. Zuckerberg, invece, nonostante le 6 ore di testimonianza, non ha dato grandi risposte (anche quando l’hanno incalzato facendogli leggere email o conversazioni su decisioni che lui direttamente ha deciso di prendere, ha risposto che “sono decisioni complicate e non mi sorprende che ci sia qualcuno che non sia d’accordo“). Un po’ boring…
Ma nel frattempo, sono già tante le iniziative nel mondo per limitare l’accesso alle piattaforme ai minori: a Dicembre l’Australia ha vietato ai minori di 16 anni di usare i social media. E pure in Europa, la Francia, la Germania, la Spagna e la Danimarca stanno pianificando una misura simile.
In Spagna, in particolare, il Primo Ministro, cavalcando questi temi, ha difeso il suo piano descrivendo i social come “un luogo di dipendenza, abuso, pornografia, manipolazione e violenza”. L’abbiamo commentato su Actually (TLDR: i social sono uno specchio della nostra società).
Di nuovo: un conto è quello che ci trovi dentro alle piattaforme che, ripetiamolo, non sono editori. Un altro conto, invece, è come costruisci la piattaforma.
Jonathan Haidt, professore di psicologia a NYU e autore del libro The Anxious Generation, poi, invita a fare un ulteriore passo in avanti e distinguere tra due domande:
Sono stati i social media a causare la crisi di salute mentale dei ragazzini di oggi?
Oggi i social media sono sicuri per i ragazzini che li usano?
I social media sono dannosi?
Vorrei però uscire un attimo da questo focus sui minori e guardare alla mia / tua esperienza con i social. Partiamo da qui:
Io negli ultimi anni ho spesso avuto un rapporto complicato con le piattaforme.
Fortunatamente non sono mai caduto nella trappola di TikTok. Non ho mai avuto l’app sul telefono e ancora oggi, quando mi inviano un link che rimanda a TikTok, devo rassegnarmi al fatto di non poterlo vedere.
Il mio problema è sempre stato Instagram.
Negli 2/3 anni ho cercato più volte di cancellare l’app per ridurne l’utilizzo ma non ha mai funzionato: quando non avevo l’app, mi capitava di aprire Chrome ed entrare sul sito di Instagram, “hackerando” quindi una restrizione che mi ero auto imposto (no sense, sono d’accordo).
Il 22 Agosto dell’anno scorso, poi, ho avuto un’epifania. Sono rientrato dopo una mattina incredibile in cui avevo fatto il mio primo TEDx.

Mi sono seduto sul divano per riprendermi e ho aperto Instagram per guardare un po’ di Storie. La prima era di uno dei miei più cari amici che aveva pubblicato il video da una barca al mare. Mi è salita una grande FOMO e ho subito pensato al fatto che mi sarebbe piaciuto molto essere al mare in quel momento.
Poi ci ho pensato e ovviamente ho rimesso le cose in prospettiva. A parte il fatto che anche io ero stato su quella barca, tra l’altro proprio con lui, letteralmente 3 giorni prima, ho pensato a quanto era stupido comparare le due condizioni. Io, in quel momento, ero esattamente dove volevo essere, con chi volevo essere: era stata una mia decisione andare in montagna, ero in un posto meraviglioso, stavo facendo una cosa per la quale mi ero preparato per più di 3 mesi, ero circondato da persone straordinarie.
Ma il primo pensiero che avevo avuto era stato di insoddisfazione. E mi ha dato un gran fastidio: non mi stavo godendo il momento perché stavo ridimensionando la mia serenità misurandomi con le esperienze degli altri.
Dopo qualche giorno, ripensando a quel momento, ho deciso di tentare una mossa ancora più drastica: ho tolto il follow a tutto e tutti (tip: meglio farlo gradualmente, o l'algoritmo vi bloccherà per attività sospetta lol). Secondo il mio ragionamento, da quel momento, non avendo contenuti da vedere non sarei più entrato (in realtà non è così semplice perché, nonostante io non segua più nessuno, ahimè i reel proposti in home page continuano ad essere molto attraenti).
Ma ora il mio approccio è cambiato: quando entro su Instagram (continua ad essere utile soprattutto per il lavoro) vado dritto al punto. Non mi perdo guardando cose che non avevo cercato (e che spesso provocano ricerche a catena facendomi perdere un sacco di tempo).
Tutti i dubbi che avevo (sarò isolato dal mondo, gli amici si dimenticheranno di me, mi perderò le notizie, etc) non si sono concretizzati. E invece è successo che il mio screentime è sceso moltissimo e che ho letto 8 libri in 6 mesi (ma correlation is not causation…).
Io penso che Instagram sia uno strumento straordinario che mi ha permesso di rimanere in contatto con vite di persone che ho conosciuto negli anni ma che con il tempo ho cominciato a sentire di meno ed è anche stato una scintilla di grandi occasioni di serendipità. Poi, senza Instagram (dove è nata Will) forse oggi starei facendo l’assicuratore (si, l’alternativa era accettare quell’internship da Zurich). E probabilmente questa newsletter nemmeno esisterebbe più.
Il punto è che queste piattaforme sono anche diventate abilitatrici di una nuova (enorme) economia: se è vero che la mia carriera non sarebbe la stessa senza Will, Will non sarebbe Will (o proprio non esisterebbe) senza Instagram.
Ed è per questo che io credo che cambiarne / limitarne lo sviluppo e le feature cercando di distinguere ciò che si può fare da ciò che è sbagliato non solo sia dannoso per tutti ma sia un’esercizio estremamente complicato (e credo anzi proprio impossibile). Chi sarebbe il controllore? E poi chi controllerebbe il controllore?
Ovviamente, come scrivevo poco più su, non mi esprimo qui sul rapporto tra social media e minori, ancora più complesso e probabilmente guidato da schemi e valutazioni diverse.
Ho voluto solo condividere la mia esperienza e quel momento in cui mi sono accorto che Instagram mi affollava la mente di persone, opinioni, commenti che non mi interessavano davvero.
Ho scoperto che bastava smettere di usarlo…
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Cosa ho letto questa settimana
L’influenza del più grande VC del mondo sulla Casa Bianca [Bloomberg]
Gli intrecci tra Trump e le crypto [Wall Street Journal]
Come funziona YouTube nel 2026 [Little Dot Studios]
Cosa ho ascoltato questa settimana
Il marketing digitale è morto? Con il founder di WeRoad [Actually]
La creator economy e la morte dell’Internet “umano” [Colin & Samir]
La “motocicletta” per la mente [Naval]
Cosa ho guardato questa settimana
30 anni di consigli di business in 13 minuti [Chamath Palihapitiya]
Breve storia del rapporto tra media e potere (e il futuro di Newpress) [Johnny Harris]
Nella vita di Guido Brera [Marcello Ascani]
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Riccardo, leggendoti mi è venuta in mente una riflessione sulla tua "fuga" (che poi è più una de-contaminazione).
Ma tu ce l'hai presente la teoria della Dead Internet (Sam Altman docet)? Quella che ipotizza come il 70-80% delle attività online sia ormai pura interazione tra bot? Ecco, secondo me siamo già ben oltre quella soglia.
Guarda TikTok: il 90% dei contenuti è generato o mediato da AI, con "creatori" che non mettono nemmeno più la faccia o la voce nei video. È un loop infinito di algoritmi che parlano ad altri algoritmi. A questo aggiungici il fattore sicurezza: oggi postare una foto è quasi un atto di imprudenza. Tra face-morphing e digital twin capaci di emularti in tutto e per tutto (spesso con scopi tutt'altro che nobili), il rischio di perdere il controllo della propria identità digitale è altissimo.
La domanda che mi pongo è: non è che alla fine questi giganti dei social si ritroveranno a gestire dei gusci vuoti popolati solo da macchine? Se e quando il mercato capirà che il "traffico" non è più umano, assisteremo a un crollo verticale di quelle quotazioni monstre che vediamo oggi?
Forse la tua scelta di migrare su Substack non è solo una ricerca di qualità, ma sopravvivenza prima del bot-collasso?
Concordo, è sufficiente smettere di usare cose che ti fanno perdere tempo. Il problema è il percorso interiore che ti porta al punto di rottura in cui dici "ok ora basta". Sui minori credo non ci sia scampo e il percorso potrebbe durare non dico all'infinito, ma sicuramente fino a raggiungere soglie pericolose.