Perché Netflix è pronta a spendere $83 miliardi per Warner Bros
Warner Bros, che un tempo dominava Hollywood, è stata comprata da Netflix. Cosa succede ora?
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La storia della settimana
Il 5 agosto 1926, in un cinema nel centro di Manhattan, viene proiettato per la prima volta Don Juan. All’apparenza sembra un normale film in bianco e nero ma in realtà quel film cambierà per sempre la storia del cinema.
Pochi mesi prima, nel 1925, Sam Warner assiste alla dimostrazione di un nuovo sistema che collega un grammofono a un proiettore, permettendo di riprodurre un audio perfettamente sincronizzato con le immagini. Si chiamava “sound-on-disc” ed era stato sviluppato dalla Western Electric, una delle aziende più innovative dell’epoca.
Sam, che insieme ai fratelli Harry, Albert e Jack aveva fondato un piccolo studio di produzione agli inizi del Novecento, rimane folgorato da quella tecnologia. È convinto che l’audio sincronizzato alle immagini possa rappresentare un vantaggio rispetto ai concorrenti e possa proiettare la loro azienda nel futuro.

Fino a quel momento, infatti, il cinema era muto. L’audio non veniva registrato e durante la proiezione, un musicista (o a volte un’intera orchestra) accompagnava dal vivo le immagini. In altri casi, invece, erano i rumoristi in sala a ricreare i suoni.
Nonostante la ritrosia di alcuni fratelli, soprattutto quella di Harry, Sam riesce a convincerli a testare il nuovo sistema nei Vitagraph Studios di New York, che avevano appena acquistato.
È proprio lì che nasce Don Juan, il primo film sonoro della storia.

Ma, nonostante gli ottimi incassi, Don Juan non recupera l’enorme budget investito per produrlo. Anche i film successivi non vanno come sperato e la Warner Bros, che solo pochi mesi prima stava crescendo a buon ritmo, inizia a entrare in difficoltà.
Questo provoca sempre più attriti tra i fratelli, in particolare tra Harry (uomo di numeri) sempre più contrario al progetto del sonoro e Sam (uomo di creatività) che continua a spingere per investire sempre di più su quella tecnologia rivoluzionaria.

Harry alla fine cede e Sam allora accelera sulla produzione di un nuovo film sonoro con Al Jolson, star di Broadway amatissima dal pubblico. Il 6 ottobre 1927 esce The Jazz Singer ed è un successo travolgente che supera ogni previsione e, in un poche settimane, rimette in piedi la Warner Bros., facendola diventare lo studio più innovativo e influente dell’epoca.

Warner diventa uno degli studi di punta di quella nuova industria che aveva ormai spostato il suo baricentro da New York e Chicago a quel quartiere di Los Angeles vicino al mare, alle montagne e al deserto, un luogo ideale non solo per le sue condizioni climatiche ma anche per girare, proprio in quelle location, le scene “in esterna”.

Negli anni, l’azienda cresce e si espande in nuovi settori, seguendo il ritmo di un’industria in continua evoluzione. Si lancia nei cartoni animati, nella televisione, nella musica (creando la sua etichetta discografica), nei videogiochi e nel settore dei parchi divertimento.
Poi, a partire dagli anni ’80, il panorama dell’intrattenimento inizia a consolidarsi e gli equilibri cambiano e i media diventano parte di un disegno più ampio. Le aziende capiscono che cinema, televisione ed editoria insieme valgono più della semplice somma delle singole parti e inizia così la grande corsa alle acquisizioni.
Nel 1990 la Warner Communications (la holding che controllava tutte le attività di Warner, tra cui lo studio cinematografico) sente la pressione di consolidarsi per creare un gruppo capace di competere su scala mondiale. E proprio in quell’anno si fonde con Time Inc., l’azienda di editoria che produceva più di 100 magazine (tra cui Time, Fortune, Sports Illustrated) e che all’epoca genera ricavi per $4,5 miliardi. Per Time (che non possedeva contenuti propri) Warner rappresentava una fonte di “asset creativi” difficili da reperire sul mercato. A Warner, invece, dava proprio l’accesso a capitali, canali di distribuzione, e una scala tale da competere con altri grandi gruppi internazionali.

Da lì, il gruppo inizia una serie di acquisizioni che riuniscono sotto lo stesso tetto cinema, televisione, riviste, musica e anche internet: è il “bundle” moderno.
Nel 1996 acquisiscono Turner Broadcasting (CNN, Cartoon Network, TNT) e poi, nel 2000, compiono un passo gigantesco: l’unione con AOL. Fondata nel 1985, AOL era la prima piattaforma a offrire un’interfaccia grafica user-friendly combinando email, chatroom, forum, notizie e giochi in un unico ambiente chiuso. Tra il 1995 e il 2000 AOL cresce vertiginosamente, superando i 30 milioni di utenti paganti negli Stati Uniti e costruendo un modello di business basato su abbonamenti e pubblicità online.
La fusione con Time Warner è uno dei colpi più spettacolari della storia del capitalismo americano. L’operazione costa $164 miliardi e, per un breve periodo, AOL Time Warner diventa l’azienda più grande del mondo per capitalizzazione di mercato.
Da quel momento, però, le cose in casa Warner cominciano ad andare male. Nel giro di 25 anni l’azienda viene venduta quattro volte.
L’ultima, questa settimana. E questa volta potrebbe essere quella definitiva.
Perché Warner Bros. va in crisi?
L’arrivo dello streaming ha ovviamente rappresentato una rivoluzione per il settore e ha messo in moto un cambiamento di equilibri enorme.
Nel 2015 Netflix annuncia House of Cards, la sua prima serie originale. E questo trasforma l’azienda da un semplice distributore di contenuti di terze parti a un produttore di media originali, differenziandola dai concorrenti e creando una “flywheel” virtuosa: più investimenti in contenuti → più abbonati → più ricavi → più investimenti.
Contemporaneamente, Amazon lancia gli Amazon Studios per produrre contenuti da distribuire su Prime Video e nel 2021 acquisisce MGM. Disney entra nello streaming con Disney+ e nel 2019 compra 21st Century Fox per arricchire il catalogo della piattaforma. Apple investe in Apple TV+, con un catalogo meno ampio ma titoli di alto profilo. Anche Warner tenta la via dello streaming con il lancio di HBO Max nel 2019.
Ma è Netflix a vincere la guerra dello streaming: ridefinisce il modo di fruire dei contenuti grazie al binge-watching, cioè la possibilità di guardare più episodi insieme senza aspettare un rilascio settimanale, e influenza profondamente la produzione di film e serie. È stata l’unica a creare un modello economico veramente sostenibile, con un flusso di ricavi stabile basato sugli abbonamenti (oggi più di 300 milioni) e ora anche sulla pubblicità, con più di 100 milioni di utenti che scelgono il piano supportato da adv.
Questo la porta ad una valutazione di mercato di $450 miliardi e un free cash flow di $9 miliardi. Ideale per mettere a segno una delle più importanti acquisizioni della storia moderna dei media.
Warner, in piena crisi, ha annunciato qualche settimana fa di essere in vendita. Secondo le indiscrezioni, tutti davano per scontato che a vincere l’“asta” sarebbe stata Paramount/Skydance, che aveva offerto $75 miliardi per l’intero pacchetto Warner Bros. Discovery (studi cinematografici e televisivi, IP, streaming e canali televisivi). Anche sul piano regolatorio, un’operazione del genere sembrava potesse essere validata dalle autorità antitrust.

Netflix, invece, è arrivata all’improvviso con un’offerta ancora più alta: $83 miliardi, ma per molto meno. Porterà a casa solo gli studi televisivi e cinematografici (che rimarranno operativamente indipendenti sotto la guida di David Zaslav) e lo streaming. I canali televisivi tradizionali, in declino ormai da tempo, non sono inclusi nell’accordo.

Perché Netflix ha deciso di comprare Warner Bros.?
Ci sono almeno 3 ragioni per cui Netflix ha deciso di spendere questa cifra per Warner Bros.: la proprietà intellettuale (IP) di WB, la strategicità di HBO e il controllo della concorrenza.
L’IP è l’asset più importante per un’azienda di media. E nel corso di questi 10 anni, da quando ha lanciato il suo primo Originals, Netflix ha capito quanto sia strategica.
Ora, grazie a questa acquisizione, Netflix avrà a disposizione un’enorme quantità di IP: Harry Potter, Game of Thrones, tutta la galassia DC e molto altro.
E questa acquisizione è anche una conferma di quanto sia difficile e costoso creare una propria proprietà intellettuale: Netflix ha preferito spendere $83 miliardi per comprare una IP esisteste invece che investire quegli stessi soldi per creare i propri franchise.
D’altra parte, l’esperienza insegna: come ho detto anche su Actually, Stranger Things, uno dei franchise di maggior successo di Netflix, è nata un po’ per caso. Nonostante la storia, la pianificazione e la strategia studiata per massimizzare l’engagement, nessuno poteva prevedere quanto sarebbe diventata virale. Stessa cosa vale per Squid Game, inizialmente prodotto solo per il mercato sudcoreano, ma diventato un fenomeno globale.

Poi, ovviamente, c’è HBO, un asset fondamentale sia per la library di contenuti “premium”, che si rivolge a un pubblico complementare a quello di Netflix, sia per il numero di abbonati (128 milioni che pagano un prezzo simile a quello di Netflix per un catalogo molto più ristretto).
Qui, in realtà, non è ancora chiaro cosa accadrà: Netflix potrebbe chiudere HBO e spostare il catalogo (e gli iscritti) all’interno della propria piattaforma, oppure mantenere HBO come servizio complementare. O magari offrirlo come prodotto premium per i clienti disposti a pagare un prezzo più alto per quel catalogo. In ogni caso, resta un asset preziosissimo anche dal punto di vista dei dati.
Infine, c’è un tema di concorrenza.
A mio parere, in questo deal a perdere di più è stata Apple. L’azienda sta tentando di rilanciare il suo servizio di streaming (a fatica) e l’acquisizione degli studi cinematografici e del catalogo HBO avrebbe potuto offrirle la possibilità di fare il salto di qualità. Ma ovviamente lo stesso vale anche per tutti gli altri player (Disney, Amazon, Paramount etc).
Con questa mossa Netflix ha ridotto lo spazio operativo dei competitor e si è assicurata un vantaggio competitivo chiave nel mercato dello streaming.
Cosa succede ora?
Come ha detto Scott Galloway, Netflix ha globalizzato la produzione, sfruttato la banda larga e il capitale a basso costo per investimenti colossali, spostando valore dagli studios e dai talent agli abbonati e agli azionisti.
Dal 2012, quando ha lanciato il suo primo original, Netflix ha speso oltre $120 miliardi in produzioni originali. Nello stesso periodo, però, c’è un altro player che ne ha spesi $0: YouTube (il suo modello di business prevede di dividere con il creator eventuali ricevi provenienti dalla pubblicità, quindi non ha investimenti upfront).
Come scrivevo nelle predictions del 2025, molte produzioni di YouTube, anche italiane (penso a Progetto Happiness), hanno raggiunto una qualità paragonabile a quella delle piattaforme streaming a pagamento. Ma non è solo una guerra di contenuti: da due anni a questa parte il televisore è il mezzo più usato per guardare YouTube e gli utenti guardano più di 1 miliardo di ore di contenuti YouTube sui televisori ogni giorno.
YouTube è il leader assoluto nel tempo di visione in streaming negli Stati Uniti. Ed è qui, quindi, che si giocherà la prossima partita!
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Bell’analisi, Riccardo.
Condivido che scommettere sul prossimo ‘blockbuster’ (nome a caso) costa molto di più che acquistare i diritti su franchise di enorme successo.
Questo è uno dei principali motivi per cui Paramount non mollerà la presa.
Vedremo 😀
Giusto il tempo di finire di leggere ed arriva la proposta ostile di Paramount da 108 miliardi