Il piano segreto di Elon Musk
Per compiere la sua missione finale, tutto quello che ha fatto fin'ora non basta
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La storia della settimana
C’è una famosa citazione che dice “Ci sono dei decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”.
Le due settimane centrali di agosto 1995 appartengono sicuramente alla seconda categoria.
All’inizio degli anni ’90, il World Wide Web, creato poco tempo prima da Tim Berners-Lee, è uno strumento riservato quasi esclusivamente a ricercatori e comunità scientifica. Non tanto perché non vuole rivolgersi al grande pubblico ma perché, di fatto, è una sequenza di documenti testuali collegati da link, senza un’interfaccia intuitiva e difficile da navigare per i non addetti ai lavori.
E mentre in California la Apple perfeziona i Mac per rendere il computer accessibile a chiunque, all’Università dell’Illinois un ragazzo di nome Marc Andreessen sta lavorando segretamente a un progetto che ha un obiettivo simile: dare un “volto umano” a Internet.
All’epoca Marc lavora al National Center for Supercomputing Applications (NCSA) dove ha la possibilità di programmare sui sistemi e computer più all’avanguardia del momento: il Cray, il Thinking Machines e i primi Mac. Ma durante la notte, semi clandestinamente, inizia a lavorare insieme al collega Eric Bina allo sviluppo di un'interfaccia che ricordi la semplicità di una rivista illustrata o di un televisore, così da permettere a chiunque di navigare sul Web.
Il risultato è Mosaic, che comincia a diffondersi velocemente tra i 25 milioni di utenti che all’epoca frequentano il Web.
Tra gli utenti che intravedono le potenzialità di Mosaic c’è Jim Clark. Poco prima aveva venduto la sua startup, Silicon Graphics, per diversi milioni di dollari e aveva iniziato a intuire il potenziale di internet, la cui base utenti continuava a raddoppiare ogni anno e mezzo.
Clark chiama Andreessen con una proposta chiara: se fosse riuscito a riunire il team originale di Mosaic con l’obiettivo di crearci un’azienda, lui li avrebbe finanziati e aiutati a definire un modello di business.
In soli 4 giorni, Andreessen convince i suoi colleghi e nasce così la Mosaic Communications Corporation (che di lì a poco sarebbe diventata Netscape), grazie a un investimento iniziale di $3 milioni da parte di Clark.
In soli 4 mesi Netscape è pronta per il lancio e i risultati sono senza precedenti: la base utenti esplode, passando in un anno e mezzo da pochi appassionati a 65 milioni. Per l’uso personale e accademico il software è gratuito ma le aziende devono pagare circa $50 dollari per ogni licenza: e proprio grazie a questo modello, i ricavi passano dai $75 milioni del primo anno ai $375 milioni del secondo.
Netscape diventa il prodotto tecnologico con il più rapido tasso di adozione della storia. E rende davvero internet fruibile per tutti.
A quel punto, il 9 agosto 1995, a soli 16 mesi dalla fondazione, l’azienda si quota a Wall Street. La domanda è altissima, tutti vogliono le azioni dell’azienda che chiude quella giornata storica con una valutazione di mercato di quasi $3 miliardi, segnando ufficialmente l’inizio dell’era delle “dot-com”.

15 giorni dopo, poco dopo la mezzanotte del 24 agosto, Microsoft rilascia la nuova versione del suo sistema operativo Windows 95, che rappresenterà un gigantesco salto in avanti per portare a compimento la visione di Bill Gates “un computer in ogni scrivania e in ogni casa”.
Per riuscirci, infatti, non basta un computer (cioè l’hardware) semplice e compatto, ma serve un sistema operativo (il software) che renda l’uso del dispositivo accessibile a chiunque.
La cosa più dirompente di Windows ‘95 è la più semplice: l’introduzione del Menu Start, che offre agli utenti un percorso chiaro e intuitivo per gestire ogni cosa.
Per annunciare il rilascio, Microsoft mette in scena il lancio più imponente della storia della tecnologia, investendo circa $300 milioni in marketing:
per usare “Start Me Up” dei Rolling Stones nelle pubblicità, celebrando la nascita del tasto Start
per illuminare l’Empire State Building con i colori del logo di Windows
per produrre una video guida di un’ora con Jennifer Aniston e Matthew Perry (all’apice del successo di Friends) che spiegano come usare il menu

La forza di Windows 95 non è solo stata l’aver reso facile l'utilizzo del computer. Windows 95 è anche il primo sistema operativo a intuire che Internet sarebbe diventata una realtà gigantesca: non a caso, la prima versione di Internet Explorer viene lanciata proprio in quel periodo.
In quelle straordinarie settimane in cui il computer e Internet si preparano a stravolgere il mondo, a Palo Alto Elon Musk, all’epoca ventiquattrenne, riflette sul proprio futuro. Dopo gli studi in Economia in Canada e la laurea in Fisica alla Wharton, si trova davanti a un bivio.
La prima strada è iscriversi a un dottorato a Stanford in Scienza dei Materiali per dedicarsi alla ricerca sugli ultracondensatori, sua grande passione, con l’obiettivo di trovare un modo per far funzionare davvero le auto elettriche. La seconda, invece, è seguire l’istinto, che gli suggerisce che quella ricerca si potrebbe rivelare un vicolo cieco.
Per decidere, Musk cerca di essere razionale, individuando i tre settori che avrebbero influenzato concretamente il destino dell’umanità: internet, l’energia sostenibile e l’esplorazione spaziale.
Scrive quindi al professor Bill Nix, spiegandogli la situazione e chiedendo di poter congelare il dottorato per tentare la via dell’azienda.
Poco dopo nasce quindi Zip2. L’idea iniziale è quella di lanciare una sorta di versione digitale e interattiva delle Pagine Gialle che permettesse agli utenti di personalizzare le informazioni in base alle proprie esigenze.
Il successo è fulmineo. Nel gennaio 1999, meno di 4 anni dopo la fondazione, la Compaq Computer, che voleva potenziare il motore di ricerca AltaVista, acquista Zip2 per $307 milioni. Elon incassa $22 milioni: regala $300.000 al padre, acquista un appartamento e si concede un “piccolo” sogno: una McLaren F1, all’epoca l’auto di serie più veloce al mondo.

Poi, solo due mesi dopo, decide di investire $12 milioni per il lancio della sua nuova azienda, X.com, con l’obiettivo di creare una società in grado di fornire tutto il necessario per ogni esigenza finanziaria: operazioni bancarie, acquisti digitali, conto correnti, carte di credito, investimenti e prestiti. L’azienda ha sede in un edificio, a Palo Alto, in cui un’altra azienda, fondata da Peter Thiel e Max Levchin e chiamata Confinity, aveva lanciato un servizio di trasferimento di denaro chiamato PayPal.
Le due aziende competono per gli stessi utenti, a forza di bonus sempre più grandi per attrarre nuovi utenti. E così, a marzo del 2000, per evitare di fallire facendosi la guerra, le due società si fondano al 50%.
Nel 2002, eBay compra PayPal per $1,5 miliardi e Musk, che era ancora il primo azionista, incassa circa $165 milioni. Quei soldi decide di investirli in due modi:
Durante una cena di beneficienza, si trova seduto più o meno casualmente accanto al regista James Cameron. E discutendo con l'autore di Aliens inizia a convincersi della necessità di colonizzare Marte. Poco dopo, reduce da un incontro in Russia dove un fornitore di razzi lo aveva preso in giro per la sua ingenuità, durante il volo di ritorno apre un Excel e inizia a calcolare i costi per costruirsi i razzi in casa. Da quel foglio di calcolo nascerà SpaceX (la cui storia racconterò in un prossimo episodio di Technicismi)
Nel 2004, poi, guida il primo investimento di un’azienda, Tesla, che aveva l’obiettivo di dimostrare che le auto elettriche potevano avere performance simili (o addirittura superiori) a quelle a motore a combustione. A partire da quell’investimento, diventa sempre più coinvolto nel design e nelle scelte strategiche dell’azienda che, di fatto, qualche anno dopo arriva a controllare e guidare
E mentre le due aziende continuano a crescere, le attività di Musk si ampliano e si diversificano:
Neuralink nasce con l’obiettivo di creare chip in grado di collegare il cervello umano ai computer e quindi amplificare le capacità umane. L’azienda ha già testato con successo il suo chip su alcuni pazienti umani, che ora controllano dispositivi con il pensiero, studiano, dipingono e sono in grado di scrivere 40 parole al minuto con la mente
The Boring Company scava tunnel sotterranei per risolvere il traffico in superficie
Solar City, fondata dai cugini di Musk su sua idea, leader negli USA per installazione di pannelli solari e acquisita da Tesla nel 2016
X è il rebrand di Twitter, che Musk ha comprato a fine 2022
xAI nasce nel 2023 per competere con OpenAI (tra l’altro anche questa fondata da Musk) e crea Grok, il chatbot competitor di ChatGPT. xAI nel 2025 ha acquisito X Corp., la società che gestisce il social network X
La cosa particolare delle aziende di Musk è che nel tempo si sono avvicinate sempre di più: xAI, con il suo chatbot Grok, ha da sempre fatto affidamento ai dati presenti su X e le due aziende si sono poi unite nel 2025. Tesla usa Grok nelle sue macchine e, a breve, pure su Optimus. xAI, d’altra parte, impiega le batterie Megapack di Tesla nei propri data center. E tutte le aziende sono interconnesse tra di loro, oltre che per il frequente scambio di dipendenti, anche per una rete di investimenti circolari.

Perché Elon Musk sta fondendo le sue aziende?
Questa settimana Musk ha annunciato l’acquisizione di xAI da parte di SpaceX, la più grande fusione della storia, che valuta il nuovo “gruppo” $1.250 miliardi e unisce il chatbot Grok e la piattaforma social X con la principale azienda aerospaziale del mondo. Ma, soprattutto, l’unione crea di fatto un’unica azienda verticalmente integrata!

In questo momento infatti, xAI, esattamente come tutte le altre aziende del settore, ha un bisogno enorme di liquidità: per restare competitiva, tra i costi per accaparrarsi i migliori talenti e quelli per la costruzione di enormi data center necessari ad addestrare ed eseguire i modelli Grok, l’azienda brucia circa $1 miliardo al mese.
E, rispetto ai competitor, xAI fino ad oggi era posizionata peggio: Google e Meta ovviamente possono contare sul loro business principale, la pubblicità (di cui ho parlato in questo episodio di Technicismi), per finanziare i propri investimenti nell’AI, mentre le più “piccole” OpenAI e Anthropic hanno già un business esteso, che le rende più appetibili per gli investitori.
La scelta di Musk è stata quindi di unire xAI con la sua azienda più florida, SpaceX, che nel 2025 ha generato $8 miliardi di utile su un fatturato di circa $16 miliardi, grazie soprattutto ai ricavi di Starlink, che fornisce internet satellitare e che alla fine dello scorso anno ha raggiunto i 9 milioni di abbonati (gli altri ricavi provengono dal lancio di carichi nello spazio per conto di governi e altre aziende).
SpaceX, oltre agli ottimi ricavi, sta anche pianificando la quotazione in Borsa per la seconda metà di quest’anno (e l’entusiasmo potrebbe darle ulteriore liquidità da usare per finanziare xAI).
Ovviamente, però, non è in questo modo che Musk ha spiegato l'operazione. Al contrario, ha presentato la fusione come un modo per “superare i limiti energetici che devono affrontare i data center di intelligenza artificiale sulla Terra”.
Sulla Terra, dal suo punto di vista, i requisiti di elettricità e raffreddamento necessari, stanno diventando infatti insostenibili. E a questo punto l’unico modo per scalare i modelli di intelligenza artificiale è spostare i data center nello spazio (creando quindi degli Orbital Data Centers). In questo modo si potrebbe sfruttare l'energia solare pressoché costante (eliminando la necessità di batterie per accumularla) e utilizzare il freddo naturale del vuoto cosmico per il raffreddamento.
Anche per questa ragione questa settimana SpaceX ha presentato una richiesta ufficiale alla Federal Communications Commission (FCC) per ottenere il permesso di lanciare nello spazio fino a 1 milione di satelliti, che potrebbero funzionare proprio come un enorme data center che orbita intorno alla Terra.

È un’ambizione colossale: secondo l’Agenzia Spaziale Europea, in tutta la Storia sono stati messi in orbita solo 25.000 satelliti. E raggiungere la quota di 1 milione significherebbe far decollare uno Starship (con un carico di 200 tonnellate) quasi ogni ora (ad oggi ne sono stati effettuati solo 15).
Perché Musk potrebbe non riuscire a realizzare il suo piano?
Ci sono almeno 3 ragioni per cui il piano di Musk potrebbe non realizzarsi:
La prima riguarda l’assunzione di base secondo cui l’addestramento dei modelli richiederà quantità di energia sempre maggiori. Eppure, già un anno fa, DeepSeek aveva dimostrato che l’efficienza algoritmica potrebbe ribaltare questo paradigma (anche se la notizia alla fine non ha avuto un grande impatto sulla spesa delle Big Tech)
La seconda questione è legata alle enormi difficoltà tecniche necessarie per far funzionare l’intera infrastruttura: dalla protezione dalle radiazioni cosmiche alla manutenzione in assenza di gravità, fino ai costi per la messa in orbita di tutti i componenti
Infine c’è un tema finanziario: una fusione tra SpaceX e xAI non risolve i problemi di cassa della società di AI perché SpaceX non genera neanche lontanamente il flusso di denaro di cui xAI avrà bisogno nei prossimi anni. L’unica azienda di Musk con le spalle davvero larghe è Tesla, che nel 2025 ha registrato ricavi per circa 95 miliardi di dollari. Tesla sta però affrontando proprio ora una trasformazione radicale, rivelando la sua vera essenza di robotics company grazie al debutto di Optimus e dei Robotaxi
Se il vero obiettivo di Musk è portarci su Marte, unificare tutte le sue aziende sotto un'unica visione potrebbe rivelarsi la strategia vincente. Come raccontato nel podcast di Shawn Ryan, dopotutto, se gli esseri umani dovessero davvero colonizzare il Pianeta Rosso, non vivrebbero sulla superficie, ma all'interno di giganteschi tunnel sotterranei (The Boring Company). Avrebbero bisogno di centrali elettriche alimentate dall’energia solare (Solar City), di robot umanoidi per i lavori più gravosi (Optimus), di veicoli elettrici che non dipendono dai combustibili fossili (Tesla) e di un’infrastruttura globale di telecomunicazioni satellitari (Starlink).
E magari, tutto sotto un’unica holding…
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Cosa ho letto questa settimana
La “guerra” delle stablecoin [Financial Times]
L’impatto di Jeff Bezos sul Washington Post [New Yorker]
The long game for Crypto [Chris Dixon]
Cosa ho ascoltato questa settimana
La morte del software? [Actually]
Ben Horowitz sulla rivoluzione dell’AI [Invest like the best]
Uberprivacy [Fuori da qui]
Cosa ho guardato questa settimana
L’intervista del CEO di Stripe a Elon Musk [Cheeky Pint]
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Musk non ha piani segreti. Ha obiettivi che sembrano impossibili finché non li realizza. Il problema è che la maggior parte delle persone ragiona a 2 anni, lui a 20.
La parte sugli orbital data center e sulla fusione delle aziende solleva interrogativi che forse meritano di restare più aperti: non tanto sul “se” siano idee affascinanti, quanto sul loro reale grado di maturità tecnica ed economica dell'impresa (vero che il vuoto cosmico è freddo, un po' meno vero che ci si possono raffreddare le CPU). La distinzione tra visione dichiarata, necessità finanziaria e fattibilità concreta è sottile, ma cruciale, soprattutto in una fase storica in cui il racconto tecnologico tende spesso ad anticipare la verifica dei fatti.
Forse la domanda più interessante che l’articolo lascia sul tavolo non è se Musk riuscirà o meno nel suo piano finale, ma se un progetto di tale portata – che concentra infrastrutture, dati, energia, spazio e intelligenza artificiale – possa reggersi nel lungo periodo su una logica fortemente personalistica. La storia delle grandi infrastrutture del passato suggerisce che, oltre una certa soglia, la visione individuale deve necessariamente confrontarsi con limiti, mediazioni e forme di governo più ampie.
In questo senso, il pezzo è molto riuscito nel raccontare l’ambizione; resta aperto – e forse è un invito implicito ai lettori – il compito di interrogarsi sul limite, sulla sostenibilità e sulle conseguenze di lungo periodo di un simile accentramento tecnologico. Ed è probabilmente qui che il dibattito diventa davvero interessante.