Tutto quello che non sai su Bending Spoons
Come 4 ragazzi italiani sono arrivati a conquistare il tech americano
La storia della settimana
Dopo la laurea ad Harvard negli anni ‘90, Ben Mezrich sviluppa una vera ossessione per le storie di giovani geni usciti dalle Ivy League americane e decide di rendere “epiche” le loro storie raccontandole all’interno dei suoi libri. Nel 2003 pubblica Bringing Down the House: The Inside Story of Six MIT Students Who Took Vegas for Millions, l’incredibile storia di un gruppo di studenti del Massachusetts Institute of Technology che, grazie a un sofisticato sistema di conteggio delle carte, riuscirono a vincere milioni di $ nei casinò di Las Vegas e dei Caraibi (dalla cui storia fu tratto il film 21).
L’anno dopo esce Ugly Americans: The True Story of the Ivy League Cowboys Who Raided the Asian Markets for Millions, dedicato alle avventure di John Malcolm, un giovane trader americano nei mercati finanziari asiatici.
Dopo altri due libri, uno su un altro giocatore di blackjack e un altro sulla nascita della Dubai Mercantile Exchange da parte di un altro ragazzo con talenti fuori dal comune, nel 2009 arriva The Accidental Billionaires: The Founding of Facebook, A Tale of Sex, Money, Genius, and Betrayal.

Aaron Sorkin lo legge e, dopo appena tre capitoli, decide di farne la sceneggiatura di un film. The Social Network esce il 1 ottobre 2010 ed è un successo travolgente. Non solo perchè viene nominato a 8 Oscar, vincendone 3 (tra cui proprio quello per la miglior sceneggiatura). Ma soprattutto perché è il primo film a mostrare al grande pubblico il vero potere delle tech company: la possibilità che un gruppo di ragazzi, con un’idea e un computer, possa cambiare tutto, raggiungere un successo globale straordinario e, nel frattempo, diventare miliardario, quasi per caso…
Quello stesso anno, dall’altra parte del mondo, Luca Ferrari, Matteo Danieli e Francesco Patarnello stanno finendo il loro double degree in Ingegneria al DTU di Copenhagen. Pochi giorni prima dell’uscita nelle sale di The Social Network, i tre fondano la loro prima startup, Evertale. L’idea è semplice ma innovativa. Facebook aveva già dimostrato che le persone avevano un forte desiderio di condividere la propria vita online tra foto, viaggi, amici, momenti quotidiani. Ma farlo richiedeva ancora tempo e azioni manuali. Evertale nasce per automatizzare tutto questo: è un’app, inizialmente per Android, che raccoglie in modo intelligente foto, luoghi visitati, chiamate e altri dati personali, per costruire una “mappa digitale” della propria vita.
L’utente entra nell’app, sceglie cosa mantenere privato e cosa condividere e così crea un diario automatico e personalizzato, una sorta di timeline della propria esistenza.
L’app comincia ad avere una prima, limitata, traction anche grazie alla partecipazione a diverse conferenze internazionali tra cui il TechCrunch Disrupt del 2011, dove i fondatori presentano la loro idea.
Alla fine di quell’anno decidono di raccogliere capitali esterni trovando in Mangrove Capital Partners, uno dei primi investitori di Skype, il partner ideale. Il fondo crede nel progetto e investe €500k per permettere al team di crescere e portare avanti lo sviluppo. Quella tranquillità finanziaria da spazio a una nuova fase: i tre possono finalmente pagare stipendi, ampliare il team e strutturare l’azienda. Al team si unisce quindi Luca Querella, anche lui a Copenhagen, con una laurea in Software Engineering all’altra università tecnica della città. Dopo esperienze in The Fork e in una startup (Circal), entra nel progetto per sviluppare la versione iOS di Evertale. Poche settimane dopo arriva anche Tomasz Greber, che prende il ruolo di Art Director, responsabile dell’immagine del brand, del design dell’app e dell’identità visiva dell’azienda.

Ma per Evertale le cose non decollano. Così, a fine 2012, i fondatori decidono di prendere la feature più forte dell’app, gli album fotografici condivisi, e di trasformarla in una piattaforma standalone, Wink. D’altra parte, pochi mesi prima, Instagram era stata acquisita da Facebook per $1 miliardo, dopo meno di due anni di vita. Quella notizia aveva acceso l’immaginazione di migliaia di startup, che cercavano di simularne le feature (sperando, in questo modo, di replicarne anche il successo). In quei mesi nascono decine di app con la stessa ambizione: Flock, Tracks, Flayvr, Moment.me e soprattutto Color, forse la più emblematica, che dopo aver raccolto $40 milioni prima ancora di lanciare il prodotto, fallì clamorosamente nel giro di pochi mesi.
Questa è l’epoca in cui basta un’idea legata alle foto social per attrarre investimenti enormi. Ma è anche quella in cui, molto spesso, l’hype brucia più in fretta del successo.

Quando i fondi stanno per terminare i tre ragazzi provano a chiedere un’estensione al loro investitore principale, che però, almeno inizialmente, non intende estendere il suo investimento. Disperati, Luca e Francesco partono per San Francisco, un po’ per capire che aria tira da quelle parti, un po’ perché sperano che, almeno lì, ci sia qualcuno che, come loro, è lusingato dai ritorni di Instagram ed è pronto a scommettere su Wink. In quelle due settimane bussano letteralmente alle porte dei più importanti venture capitalist della Silicon Valley, senza però grandi risultati. L’unico che si dimostra vagamente interessato è Vinod Khosla, una leggenda nel settore, co-founder di Sun Microsystems e early investor in Square, Instacart, DoorDash e OpenAI. Uno che, insomma, sa come motivare un gruppo di ragazzi che pensano di poter fare grandi cose. Da parte sua non c’è nessun commitment ma quell’incontro serve a creare l’illusione di un interesse: abbastanza da convincere il primo investitore europeo di Evertale a credere ancora in loro.
Ma, nonostante la cassa torni ad esser piena, il team è ancora troppo giovane e inesperto. Luca Ferrari ricorda chiaramente il momento in cui avevano deciso di allargare il team per assumere uno sviluppatore. Aprono una posizione su LinkedIn alla quale applicano in 10 persone. Dopo due colloqui molto veloci (d’altra parte bisognava subito tornare al lavoro) decidono di assumerne uno. Quel modo di fare senza pianificazione o strategia rende complicato trovare il product market fit e il fatturato non supera mai più di 1.000€ in un mese.
Dopo tre anni di tentativi, Evertale fallisce. Sono rimasti €40.000 in cassa che, per le liquidation preferences che vengono inserite nei contratti di investimento, sarebbero dovute tornare in mano agli investitori. Ma far partire l’iter amministrativo per recuperarli è troppo gravoso, quindi vendono le loro quote ai founder per una cifra nominale di €1 ed escono. Gli investitori escono, certo, ma il nucleo originario resta unito: Luca Ferrari, Matteo Danieli, Francesco Patarnello, Luca Querella, entrato per sviluppare la versione iOS dell’app, e Tomasz Greber, l’Art Director. Nonostante il fallimento, il gruppo ha una certezza: la direzione è quella giusta. Hanno imparato tantissimo sul prodotto, sul marketing, sulle dinamiche del mobile e il mercato delle app sta esplodendo. Sono stati in Silicon Valley, hanno respirato quell’energia e capito che è lì, in quel settore, che si gioca il futuro. Bisogna ricominciare ma con più lucidità, disciplina e un obiettivo chiaro: ridurre al minimo le probabilità di un secondo fallimento.
Così, con appena €40.000 in cassa, nel giugno 2013 nasce Bending Spoons.

Vogliono creare la migliore azienda al mondo. E per farlo devono evitare di commettere tutti gli errori che sono stati fatti in Evertale:
Decidono di costruire una struttura aziendale in grado di attrarre i migliori talenti con un processo di hiring tra i più complessi sul mercato. Quell’esperienza di assunzione con una semplice intervista dopo la candidatura su LinkedIn non andava bene…
Devono poi essere capaci di gestire più prodotti digitali in parallelo, riducendo la dipendenza dal successo del singolo lancio
Devono creare un modello che si basa sull’ossessione per il prodotto, la cura maniacale per l’esperienza utente, test continui sul pricing e velocità di sviluppo
E decidono che, per farlo, sarebbero tornati in Italia, a Milano
E così comincia la storia di Bending Spoons.
Cosa fa davvero Bending Spoons?
Archiviata l’esperienza di Evertale, il team decide di fare un primo investimento: acquistano un’app sviluppata da un programmatore indipendente per circa €10.000. È un’app semplice, che permette di personalizzare la tastiera dell’iPhone, nulla di davvero dirompente. Ma è la loro prima acquisizione!
Da lì iniziano a lanciare una serie di nuove app e giochi, diventando sempre più abili nel posizionarle sugli store e nel monetizzarle attraverso un mix di pubblicità e un modello freemium. Il freemium è sempre più diffuso tra gli sviluppatori e consente agli utenti di usare l’app gratuitamente, riservando a pagamento solo alcune funzioni “premium”, spesso le più desiderate.
Dopo vari esperimenti tra cui titoli come Jydge, Crashlands e Sparkle 2, il team individua un trend chiaro: il settore del wellness sta esplodendo. A gennaio, in particolare, i download di app fitness raddoppiano rispetto alla media annuale, trainati dai classici “buoni propositi” di inizio anno. Da quell’intuizione nasce 30 Day Fitness. Anche in questo caso l’idea è semplice: un programma di allenamento adattivo e personalizzato, ideato da personal trainer professionisti, facilmente eseguibile da casa e con una progressione quotidiana dell’intensità.

Sull’onda di quel successo nascono anche Female Fitness, un’app dedicata interamente alle esigenze del pubblico femminile, che al suo picco accoglieva oltre 150.000 nuovi utenti al mese, e Yoga Wave, che costruiva lezioni su misura partendo da un ampio archivio di posizioni e sequenze personalizzabili.
Poi, nel 2018 arrivano due momenti chiave. Il primo è l’acquisizione di Splice. Splice era nata come app di video editing mobile, pensata per rendere semplice tagliare, montare e condividere video direttamente da smartphone. Il 29 febbraio 2016 GoPro annuncia l’acquisizione dell’app, con l’obiettivo dichiarato di semplificare l’editing e la condivisione dei video per tutti gli utenti GoPro e mobile.

Da lì in poi, però, le cose iniziano a peggiorare. Nel 2018, come da loro stessa ammissione, Go Pro si rende conto di non essere una software company e decide di cedere Splice a Bending Spoons.
Per Bending, Splice diventa subito un asset strategico. Il team ridisegna completamente l’interfaccia, migliora l’esperienza utente e rende più chiara e intuitiva la classificazione delle funzioni. Ma la svolta più importante arriva sul piano del business model: Splice passa da app gratuita a un modello freemium con abbonamento che permette di sbloccare le funzionalità avanzate e garantisce una monetizzazione stabile e scalabile.
Ma il 2018 è anche l’anno di Live Quiz, un progetto completamente diverso. Il gioco consiste nel rispondere correttamente a dodici domande di cultura generale . Ogni domanda offre tre possibili risposte, di cui solo una corretta, e i partecipanti hanno dieci secondi per rispondere. Si può giocare solo in diretta, agli orari prestabiliti, insieme a tutti gli altri utenti collegati in contemporanea. Chi riesce a rispondere correttamente a tutte le domande si divide il montepremi, che varia tra €200 e €1.000, erogati con buoni Amazon.
Nel momento di massima popolarità, oltre 100.000 persone partecipano contemporaneamente alle sfide in diretta, trasformando Live Quiz in un fenomeno virale ovunque.

In soli due anni di vita, Live Quiz distribuisce un montepremi complessivo di €449.500, suddiviso tra centinaia di vincitori. Dei tre più forti, e rapidi, si conoscono i nomi: Giuseppe A., che ha portato a casa €1.619, Giulia P. con €1.433,73 e Antonio V., che ha vinto €1.420,99.
E se fino a quel momento i prodotti di Bending Spoons sono conosciuti soprattutto da un pubblico giovane, il 2020 segna una svolta radicale.
Il 13 marzo di quell’anno l’Italia diventa il primo Paese europeo ad entrare in lockdown. Il virus si diffonde rapidamente e una parola domina ogni discussione: contact tracing digitale. L’idea, almeno sulla carta, è semplice: se un’app riesce a tracciare i contatti tra le persone, può avvisare chi è stato esposto e aiutare a interrompere la catena dei contagi.
Il modello di riferimento è quello asiatico: Paesi come Singapore e la Corea del Sud hanno già sviluppato sistemi in grado di registrare i contatti incrociando i dati degli smartphone, inviati poi a server centrali gestiti dallo Stato. Quando qualcuno risulta positivo, le autorità sanitarie ricevono l’elenco completo dei contatti e decidono chi avvisare o mettere in quarantena.
A fine marzo, quindi, il Ministero dell’Innovazione, guidato da Paola Pisano, lancia una call pubblica per sviluppare l’app italiana di contact tracing. Tra centinaia di proposte, ne emerge una: Immuni, sviluppata proprio da Bending Spoons, con la promessa di donarla gratuitamente allo Stato, renderla open source e costruirla nel pieno rispetto della privacy.

Tecnicamente, Immuni si basa sul framework Apple-Google Exposure Notification. Funziona così: ogni telefono genera codici Bluetooth anonimi, che vengono scambiati con altri dispositivi vicini. I codici restano salvati solo sul telefono. Se una persona risulta positiva, può scegliere volontariamente di caricare i propri codici su un server pubblico. Gli altri telefoni scaricano periodicamente la lista dei codici “positivi” e verificavano in locale eventuali corrispondenze.
Ma presto emergono i limiti. Solo una parte delle ASL riesce a caricare tempestivamente i codici dei positivi. Molti utenti non capiscono bene il funzionamento dell’app e alcuni disattivano il Bluetooth per risparmiare batteria. Alcuni smartphone, poi, non supportano correttamente il framework.
In autunno, Immuni supera i 10 milioni di download ma la quota di utenti attivi rimane sotto la metà. Per avere un impatto epidemiologico reale, serviva almeno il 60% della popolazione.

Intanto, in tutta Europa nascevano app simili, spesso basate sull’esperienza di Immuni: la Corona-Warn-App in Germania, la NHS COVID-19 App nel Regno Unito, TousAntiCovid in Francia e Radar COVID in Spagna. Nessuna, però, riesce a superare la prova dell’adozione di massa. Esattamente come Immuni.
Poi, con l’arrivo dei vaccini e del Green Pass l’app perde progressivamente significato e il 31 dicembre 2022 il Ministero della Salute la disattiva ufficialmente.
Nessuna violazione dei dati, nessuno scandalo tecnico. Per l’azienda è una prova di maturità: è in grado gestire un progetto complesso, su scala nazionale, nel pieno di una crisi globale. Sono pronti per fare il salto e diventare davvero ciò che hanno sempre immaginato di essere: una tech company capace di competere su scala globale.
Prima, però, arriva l’esplosione di Remini.
In un ciclo quasi perfetto, proprio mentre l’attenzione mondiale si sposta sull’intelligenza artificiale, Remini, un’app capace di restaurare vecchie foto o animarle grazie all’AI, inizia a conquistare il pubblico. All’inizio la traction è modesta ma dopo il lancio di ChatGPT e l’ondata di entusiasmo verso le applicazioni di AI generativa, l’app esplode. Nel 2023 diventa un caso di studio globale, superando centinaia di milioni di download e raggiungendo 70 milioni di utenti attivi al mese. A luglio di quell’anno, Remini è l’app più scaricata al mondo. E in poche settimane arriva a generare un terzo dei ricavi totali dell’azienda, che alla fine di quell’anno saranno superiori ai €350 milioni. Anche in questo caso, la logica è la stessa: l’app è gratuita, ma per accedere a tutte le funzioni serve un abbonamento premium, a €9,99 a settimana o €79 l’anno.
Evernote è stata uno dei simboli dell’epoca d’oro del mobile in Silicon Valley. Lanciata nel giugno 2008, ha rivoluzionato il modo di prendere appunti digitali: un blocco note sincronizzato su tutti i dispositivi, con tag, allegati, riconoscimento delle immagini e un’interfaccia pulita. Diventa un successo immediato. In soli 3 anni raggiunge 11 milioni di utenti, sostenuta da investimenti milionari dei principali venture capitalist americani.
Le funzioni che la rendono unica diventano presto standard di mercato e gli utenti perdono interesse. Nel tentativo di rilanciarsi, Evernote comcincia ad aggiungere feature su feature: l’app si appesantisce, diventa lenta, complessa e la sua user experience si deteriora proprio mentre strumenti più leggeri e intuitivi come Notion guadagnano terreno. A tutto questo si aggiungono anni di turbolenze interne: un turnover altissimo nel management, tagli di personale, una strategia confusa tra pubblico consumer e enterprise.
Alla fine, nel dicembre 2022, arriva la notizia: Bending Spoons acquisisce Evernote. Il dettagli dell’operazione non sono resi noti ma diverse fonti parlano di una cifra tra $70 e $100 milioni, decisamente meno del valore da “unicorno” che Evernote aveva raggiunto nel 2015.

Pochi mesi dopo il closing l’azienda trasferisce il baricentro operativo da San Francisco a Milano, elimina molti ruoli duplicati e l’intero sviluppo passa sotto i processi milanesi. Poi, a febbraio 2023, 129 dipendenti vengono licenziati. L’obiettivo è chiaro: allineare Evernote alla cultura di Bending, più snella, rapida, ossessionata dall’efficienza.
E nel 2024 arriva la decisione più discussa: il piano gratuito viene fortemente limitato (massimo 50 note e due dispositivi sincronizzabili) e gli utenti vengono spinti vero i piani Premium e Professional. Per molti è un tradimento dello spirito originario di Evernote ma la logica industriale è evidente: meglio pochi utenti paganti e soddisfatti che milioni gratuiti e in perdita.
Il 2023 è il turno delle acquisizioni di Mosaic Group e StreamYard. Poi, nel 2024, Bending Spoons continua la sua strategia di espansione globale con una serie di acquisizioni che consolidano la sua posizione tra le grandi tech company internazionali. Arrivano Meetup, la storica app americana che consente di trovare e partecipare a eventi e attività locali, e Issuu, la principale piattaforma di editoria digitale al mondo, con oltre un milione di creator e marketer attivi ogni anno e più di 100 milioni di utenti unici mensili che leggono o condividono contenuti pubblicati sulla piattaforma. Segue l’acquisizione di WeTransfer, società olandese da 350 dipendenti, con 80 milioni di utenti attivi al mese e 600.000 abbonati paganti, punto di riferimento globale per la condivisione di file creativi. Infine, arriva Brightcove, gigante americano del video streaming B2B, acquisito per $233 milioni.

Il 2024 è sicuramente l’anno che segna la trasformazione definitiva di Bending Spoons: da startup milanese a multinazionale tecnologica con un portafoglio di brand che copre fitness, produttività, creatività e intrattenimento digitale.
Ma la consacrazione deve ancora arrivare.
Il 2025 è, finora, l’anno più incredibile nella storia di Bending Spoons. La corsa alle acquisizioni continua con Komoot, l’app per l’outdoor e la navigazione sportiva, Harvest, uno dei software di time tracking e project management più diffusi al mondo, e soprattutto due operazioni che segnano la piena maturità del gruppo.
Vimeo è nata nel 2004 ed è una delle prime piattaforme di video sharing, costruendo negli anni una solida base di utenti negli Stati Uniti. Nonostante questo, non riesce a tenere il passo del suo rivale più grande, YouTube (nato solo un anno dopo).
Negli anni la piattaforma prova a riposizionarsi in chiave enterprise, offrendo alle aziende la possibilità di ospitare e gestire i propri video in modo privato e professionale. Una scelta che, dal punto di vista del business, non offre un reale vantaggio competitivo ed è facilmente replicabile dai competitor.
Anche per questa ragione, negli ultimi anni l’azienda comincia a virare verso la creator economy, puntando su strumenti per la monetizzazione diretta dei contenuti e un linguaggio più vicino ai “creativi” del digitale.

Dal punto di vista finanziario Vimeo è un’azienda stabile ma stagnante, con ricavi che negli ultimi 5 anni sono sempre stati tra i $420 e i $450 milioni. Numeri poco entusiasmanti se confrontati con la traiettoria esponenziale di YouTube, che nel 2025 potrebbe chiudere l’anno con oltre $50 miliardi di ricavi, tra advertising e abbonamenti.
Dopo mesi di speculazioni, a luglio del 2024 viene quindi conferma dell’acquisizione di Vimeo per $1,38 miliardi, circa il doppio della sua capitalizzazione di mercato al momento dell’annuncio.
Per Bending, questa non è solo un’operazione finanziaria ma un pezzo strategico nella costruzione di un ecosistema integrato che unisce video, creator economy e monetizzazione per creare un’infrastruttura su cui far crescere la prossima generazione di prodotti digitali e creator tools.
Questo animo da “tech company meets late-stage growth fund” ha portato, questa settimana, Bending Spoons ad annunciare l’ennesima acquisizione: AOL. AOL è stato il simbolo di internet per molti anni. Per alcuni è stato proprio “internet”.
L’azienda nasce nel 1985 con 'l’obiettivo portare la rete nelle case delle persone, rendendola semplice e accessibile. È la prima piattaforma a creare una interfaccia grafica user-friendly per navigare online, offrendo email, chatroom, forum, notizie e giochi in un unico ambiente chiuso.
Tra il 1995 e il 2000, AOL cresce in modo vertiginoso, superando i 30 milioni di utenti paganti negli Stati Uniti, costruendo un modello di business basato su abbonamenti e pubblicità online. Nel 1998 acquisisce Netscape, allora il browser più utilizzato al mondo, fondata da Marc Andreessen, che grazie a quella exit avrebbe poi creato uno dei più importanti fondi di venture capital del mondo (investendo molto presto in Facebook e contribuendo a creare quegli “Accidental Billionaries” di cui parlavamo all’inizio).
Nel 2000, poi, AOL compie uno dei colpi più spettacolari della storia del capitalismo americana: la fusione con Time Warner, colosso dei media (CNN, Warner Bros., HBO, ecc.). L’operazione, da $164 miliardi, resta uno dei momenti simbolici della bolla dot-com (di cui abbiamo parlato la settimana scorsa), l’istante in cui tutti credevano che Internet avrebbe divorato i media tradizionali. Per un breve periodo, AOL Time Warner diventa l’azienda più grande del mondo per capitalizzazione di mercato.
Poi, però, tutto crolla.
La bolla esplode, la pubblicità online si ferma, gli abbonati iniziano a disdire. Nel 2002, AOL vale un decimo di quanto valeva due anni prima. Nel 2009, Time Warner la scorpora e la rimette sul mercato come società autonoma. Seguono anni di metamorfosi in cui dopo una serie di acquisizioni prova a diventare una digital media company. Nel 2015 viene acquisita da Verizon per $4,4 miliardi, insieme a Yahoo e, nel 2021, passa sotto il controllo del fondo Apollo Global Management.
Oggi AOL è un brand ancora fortissimo con una fortissima base di utenti (30 milioni di utenti attivi al mese e 8 milioni attivi al giorno) archivi e infrastrutture pubblicitarie ancora attive.
In che modo Bending Spoons finanzia queste acquisizioni?
Fin dall’inizio i founder di Bending avevano creato un modello che gli consentisse di crescere totalmente in bootstrap, senza raccogliere round di investimento.
Poi, negli ultimi anni, hanno costruito un modello di crescita ibrido: un mix di equity e debito che ricorda più un private equity che una tech company tradizionale. Loro stessi si definiscono 25% PE e 75% tech company.
A partire dal 2024, Bending Spoons ha cominciato a finanziare le operazioni più grandi (WeTransfer, Brightcove, Vimeo, AOL) facendo leva sul debito strutturato, con linee di credito e prestiti garantiti. In pratica, ogni acquisizione è sostenuta da un mix di capitale proprio e leva finanziaria, come nei fondi, ma con una differenza enorme: qui la logica non è (ancora) stata quella di comprare un’azienda per ristrutturarla e poi rivenderla, ma è sempre stata quella di comprare per integrare il team e la tecnologia all’interno di un quadro più ampio.
Il modello “Bending Spoons” implica standardizzazione, efficienza, e anche riduzione dei costi/strutture legacy. Queste acquisizioni non sono operazioni nostalgiche di branding ma la mossa di chi vuole far emergere valore inespresso costruendo un ecosistema di piattaforme digitali con forti eredità culturali.
In poco più di dieci anni, questo gruppo di ragazzi italiani ha costruito una delle tech company più attive al mondo. Un’azienda che fatturerà quasi €1 miliardo e mezzo nel 2025. Un modello a cui guardare e ispirarsi. Un’azienda che riceve più di 600 mila curriculum all’anno e attrae in Italia i migliori talenti da tutto il mondo. Un gruppo di persone che non ha paura di guardare all’America e provare a giocare la partita da questa parte dell’oceano.
Quattro amici che, nel fare tutto questo, sono diventati Accidental Billionaires. Proprio come nella storia di Ben Mezrich.
Il toolkit di Technicismi
Cosa ho letto questa settimana
L’AI sostituirà i lavori più junior? [The Economist]
È il momento dell’”Intention Economy” [Financial Times]
Un’analisi sul futuro di Meta [John Coogan]
Perché Scott Galloway è bullish su Amazon? [No Mercy No Malice]
Cosa ho ascoltato questa settimana
L’intervista a Carl Pei di Nothing [Bold Names]
Elon da Joe Rogan [Joe Rogan Experience]
E dai besties [All In Podcast]
Andrew Ross Sorkin con Scott Galloway e Ed Elson [Prof G Markets]
Cosa ho guardato questa settimana
Ma cos’è che fa, esattamente, Oracle? [Good Work]
Perché JP Morgan domina Wall Street? [Bloomberg Originals]
Il futuro della Ferrari [Bloomberg Originals]
Perché Meta ha spesso fallito nel lancio dei suoi prodotti? [TechAltar]
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Complimenti per il bel lavoro, utilissimo per unire i puntini fra tutte le volte che negli ultimi anni si è letto qualcosa in giro su questa azienda senza mai fermarsi a considerare "the big picture"
Complimenti per il grande lavoro cronologico ed il dettaglio dei contenuti grazie