La fine del software ai tempi dell'AI
Il modello del "Software as a Service" è in pericolo?
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La storia della settimana
Il 22 febbraio del 2000, esattamente 26 anni fa, davanti al Moscone Center, il più grande centro congressi di San Francisco, scoppia una grande protesta. All’interno si sta svolgendo la Siebel User Conference, l’evento annuale dedicato alle novità di Siebel, un’azienda quotata enorme che domina quasi la metà del mercato dei CRM, cioè dei software che le aziende usano per gestire e migliorare le relazioni con i propri clienti.
Quella protesta è del tutto inaspettata: i ricavi di Siebel stanno per superare la soglia del miliardo di dollari, la concorrenza è quasi inesistente e il futuro appare radioso. Chi è che sta protestando?
La verità è che, in effetti, non c’è alcuna vera protesta.
Quelli infatti non sono veri manifestanti, ma attori assunti per simulare una “falsa” manifestazione (e pure Channel 22 non è una vera televisione).
Dietro a questa grande operazione c’è un piccolo team di ex dirigenti Oracle poco più che trentenni che, per promuovere, il loro innovativo approccio basato sul cloud, mette in scena una protesta con cartelli e slogan per lamentarsi delle soluzioni di Siebel, giudicate vecchie, macchinose ed estremamente complesse da gestire.
All’epoca, infatti, il software viene venduto esclusivamente tramite licenze “one-off”: l’utente acquista un floppy disk o un CD con all’interno il software e il programma diventa suo per sempre. Questo modello, tuttavia, è un po’ complicato perché il software deve essere installato e gestito direttamente sui propri server locali. Ed eventuali aggiornamenti devono essere acquistati separatamente.
Quel gruppo di ex Oracle, invece, punta a stravolgere completamente questo modello. L’obiettivo è sviluppare un CRM che possa competere con il colosso Siebel, ma che, girando sul web, liberi finalmente gli utenti dall’incubo dei blocchi di sistema, degli aggiornamenti manuali e delle continue patch correttive. Insomma, vogliono che le aziende, acquistando il loro CRM, non si preoccupino dell’infrastruttura tecnica ma si concentrino solo a migliorare l’efficienza della propria forza vendite. Da qui, nasce proprio il nome Salesforce.
Il fondatore, Marc Benioff, è un talento precoce: quando è ancora a scuola, vende un’applicazione chiamata “How to Juggle” a una rivista di informatica. Poi, a soli 15 anni fonda la Liberty Software, dove crea e vende videogiochi per i computer Atari.
Dopo l’Università, la sua prima internship è nella divisione Macintosh di Apple, dove conosce Steve Jobs e un modo di fare impresa completamente nuovo. Poi si unisce a Oracle, dove rimane per 13 anni, diventando il più giovane VP della storia e lavorando da subito a stretto contatto con Larry Ellison, che diventerà suo caro amico e mentore (ironicamente, Oracle nel 2005 comprerà Siebel).
Quando nel 1999 Benioff fonda Salesforce insieme ad altri ex dipendenti di Oracle, per la prima volta da la possibilità agli utenti di accedere a un software aziendale direttamente tramite Internet.
Il cambio di paradigma, qui, è totale: le aziende non devono più acquistare supporti fisici, ma possono “abbonarsi” al software quando ne hanno bisogno e ricevere in maniera istantanea tutti gli aggiornamenti e i fix.
Questo nuovo modello segna ufficialmente la nascita del “Software as a Service” (SaaS).
Perché il “Software as a Service” ha avuto così tanto successo?
Il modello del SaaS non solo è più comodo per il cliente, ma trasforma radicalmente anche il business e gli economics del produttore: il fatturato ora non dipende più da vendite sporadiche, ma diventava ARR (Annual Recurring Revenue).
Questa prevedibilità finanziaria divenne la colonna portante del SaaS e segna un vero stravolgimento delle regole del capitalismo. A partire dal nuovo millennio, le aziende non vengono più valutate per le loro immobilizzazioni o asset (fabbriche, brevetti, dispositivi, scorte) ma valutate per la loro capacità di generare flussi di cassa ricorrenti e scalabili.
Il software gode anche di un costo marginale vicino allo 0: una volta sviluppato il codice per il primo utente, quello stesso codice può essere venduto a un’altra azienda ad un costo aggiuntivo irrisorio (se invece sei Apple in quegli anni, per esempio, per ogni nuovo cliente che vuole comprare un iPod, devi produrlo). E questa caratteristica permette alle software house di raggiungere margini lordi straordinari, spesso superiori all’80% (raggiunti solo da poche altre industrie, come quella del lusso, dove dinamiche psicologiche rendono il cliente quasi del tutto insensibile al prezzo, o del pharma, dove la domanda, come spesso accade per beni di prima necessità, è anelastica al prezzo, cioè il consumo non diminuisce in modo proporzionale all'aumento del prezzo).
Il modello del “Software as a Service” ora è in pericolo?
Nel 2011, in un periodo in cui il mercato non stava premiando il comparto tecnologico, Marc Andreessen scrive un celebre articolo intitolato “Why Software Is Eating the World”, in cui prevede come ogni settore, dall’automotive alla grande distribuzione, sarebbe stato presto dominato e trasformato radicalmente dal software.

Ed effettivamente così è stato. Questa settimana, però, sembra essere cambiato tutto e in molti hanno cominciato a parlare del “SaaSmageddon”, cioè dell’apocalisse del SaaS.
In effetti, negli ultimi 12 mesi, i titoli software hanno subito il crollo più pesante degli ultimi trent’anni, eliminando $2.000 miliardi di capitalizzazione di mercato dai massimi storici. Solo nell’ultimo mese, l’indice S&P che segue traccia le principali società di software quotate negli Stati Uniti ha perso circa il 20%, mentre colossi, proprio come Salesforce, hanno visto le proprie azioni crollare di oltre il 40% nell’arco di un anno.
Come ha scritto Ed Elson, abbiamo già assistito a simili ondate di panico in diversi momenti della storia recente:
A Novembre 2022, quando ChatGPT viene lanciato sul mercato, gli investitori cominciano a decretare la “morte dei motori di ricerca” e vendono Google che, anche a causa della sua risposta frettolosa Bard, perde in pochi mesi il 40% in Borsa
Da allora Google ha raddoppiato gli investimenti nell’IA lanciando Gemini, il concorrente di ChatGPT oggi considerato il modello più avanzato di AI sul mercato
Ma è stato anche il caso di TikTok, un terremoto per Meta che, avendo riportato un lieve (lievissimo) calo degli utenti, perde $230 miliardi di capitalizzazione in Borsa in un solo giorno (il più grande sell-off in 24 ore nella storia del mercato azionario) e arriva a perdere fino al 70% del suo valore
Oggi Meta ha 3,58 miliardi di utenti attivi ogni giorno (più della metà della popolazione mondiale), in aumento del 7% anno su anno e i suoi Reel che ora rappresentano circa il 50% del tempo totale speso su Instagram, vengono visti da 2 miliardi di persone ogni mese
E poi c’è stato lo “Sputnik Moment” con DeepSeek, l’AI cinese che sembrava potesse fare quello che faceva ChatGPT, ma ad una frazione dei costi. Nvidia perde il 30% del suo valore nei mesi successivi e gli investitori chiedono conto alle Big Tech
Quasi tutte le Big Tech hanno continuato ad aumentare la spesa per l’AI che quest’anno, per le 4 principali aziende, potrebbe arrivare fino a $700 miliardi (con un aumento medio del 60-74% rispetto al 2025). OpenAI e ChatGPT, invece, dovrebbero quotarsi nel 2026 con valutazioni tra i $500 e i $1000 miliardi.

Perché gli investitori stanno vendendo le aziende di software?
Gran parte del declino è da ricondursi al rilascio di nuovi (e potentissimi) strumenti di AI, come il nuovo Claude Opus 4.6 di Anthropic. Se i modelli precedenti erano "chatbot", questa nuova generazione di IA è definita "agentica" e non vive più solo dentro una chat ma può "vedere" lo schermo, muovere il cursore e prendere il controllo.
Il timore è che se un’intelligenza artificiale può compilare note spese, gestire CRM e redigere contratti in totale autonomia, le aziende avranno ancora bisogno di pagare licenze costose per piattaforme come Salesforce, Workday o ServiceNow?
Quali sono i rischi del software nell’era dell’AI?
A Settembre ho trascorso una settimana a San Francisco di puro “studio”: ho parlato con founder, investitori e dipendenti in aziende tech (e ho testato tutti i nuovi smash burger in città con un nuovo personal record: 8 in una settimana). L’ultima volta che ci ero stato, a metà 2022, il clima era di generale demoralizzazione, con il lavoro da remoto che aveva allontanato molte persone e con una diffusa migrazione da San Francisco al Texas (in particolare ad Austin).
6 mesi fa, invece, la situazione era opposta ma il mantra era già quello di oggi e tutte le conversazioni viravano sull’incognita del software. Riprendendo Marc Andreessen: “Software is Eating the World but AI is Eating Software”.
C’erano due temi principali:
Oggi uno dei problemi più grandi per gli utenti è quello di dover imparare una nuova interfaccia ogni volta che si comincia ad usare una nuova app / software. Ma grazie all’AI generativa, in futuro la user interface di un software potrebbe avere semplicemente uno schermo pulito con un barra di ricerca attraverso cui interagire e chiedere al software quello che mi serve in quel momento. Per esempio, se voglio ordinare del cibo potrei semplicemente scrivere (o ancora meglio chiedere a voce) sull’app che “vorrei un piatto di carboidrati, con meno di 600 calorie, che costi sotto i €15 e arrivi entro 25 min”. Certo, oggi posso farlo con dei filtri ma è un’attività manuale e poco automatizzata.

Quando ne ho parlato sul mio profilo LinkedIn si è aperta una bella conversazione con il sempre ottimo Luca Mastella che, invece, proponeva una soluzione alternativa Il secondo, ancor più cruciale, è legato alle valutazioni. Se, come dicevamo all’inizio, il software gode di costi marginali vicini allo 0, con l’AI non è più così. L’interfaccia del software è sempre più dialogica e le aziende, come ha detto recentemente Sam Altman, stanno diventando API companies (cioè integrano automazioni AI “nascoste” sfruttando direttamente, ma senza che sia visibile, le tecnologia di OpenAI, Anthropic, Google e le altre). E le API funzionano come un servizio a consumo: ad ogni chiamata (e cioè richiesta di dati) da parte di un software, è associato un costo. Questo significa che il costo marginale per i software non è più zero ma, ogni qualvolta un software viene utilizzato, la società che l’ha sviluppato dovrà pagare. Più clienti hai, più spenderai.

Sam Altman ne ha parlato durante una live con TBPN
Nel 2000 Benioff dichiarò guerra al software.
La sua proposta era un modello di distribuzione completamente diverso dal passato e abilitato dalle nuove tecnologie. La conseguenza fu un prodotto che scardinò i modelli economici e fece emergere dei nuovi campioni.
Oggi è l’AI a dichiarare guerra al software e la sfida sembra essere ancora più complessa: per rimanere rilevanti, le società di software devono reinventarsi e reinventare il proprio prodotto, capire cosa è utile mantenere, cosa invece va eliminato e cosa va stravolto.
Se non saranno in grado di farlo, rischiano di diventare la nuova Siebel: giganti del passato abbattuti da una nuova rivoluzione.
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L’Unione Europea può emanciparsi dalle tecnologie statunitensi? [Il Post]
La fine dell’ordine mondiale [Ray Dalio]
Quanto costa davvero uno spot al Superbowl [Zachariah Reitano]
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Non e’ la fine del software. E’ la fine del software che non sa parlare. Quello che sa adattarsi sopravvive. Gli altri diventano legacy prima ancora di andare in produzione.
Ogni mese c’é un uragano che sembra incombere su un settore dell’economia globale… questa cosa é tanto spaventosa quanto affascinante.