Il mega riassunto del 2025 - Parte II
Tutto quello che è successo durante l'anno, spiegato con i numeri
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Questa è la seconda parte dell’episodio di fine anno di Technicismi con il mega riassunto del 2025 attraverso i grafici più significativi dell’anno (la prima parte la trovi qui).
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📵 Social media sempre meno social
Quando Zuckerberg lanciò Facebook nel 2004 l’obiettivo era chiaro: permettere agli utenti di restare aggiornati sulle attività dei propri compagni di università. La vera svolta arrivò con il lancio del News Feed, una sezione personalizzata per ogni utente che aggregava tutti gli aggiornamenti della propria rete (ne avevo raccontato la storia qui).
Da allora, i feed sono diventati il baricentro della nostra vita digitale. Ma nel tempo si sono evoluti nel design, negli algoritmi di ranking e, soprattutto, nei formati: oggi più dell’80% del tempo trascorso su Facebook e oltre il 90% del tempo trascorso su Instagram è oggi dedicato ai video. La priorità assoluta, per tutte le piattaforme, è diventata il video, breve, e possibilmente in verticale.
In questo modo i social sono passati dall’essere piattaforme con cui mantenersi in contatto con gli amici (cioè social platform) a piattaforme di intrattenimento. Secondo gli stessi dati di Meta, solo il 7% del tempo trascorso su Instagram e il 17% del tempo trascorso su Facebook è dedicato ai contenuti pubblicati dai propri amici.
E forse anche per questa ragione stiamo cominciando a usarli sempre meno…
Il 2025 è stato anche l’anno del debutto dei feed sintetici (Sora di OpenAI e Meta Vibes), una conseguenza naturale di questo fenomeno. Se oggi entriamo su TikTok o Instagram è perché, in quel momento, cerchiamo intrattenimento e cambia poco che questo intrattenimento arrivi da creator umani o da contenuti generati dall’AI. Alla fine conta solo una cosa: quanto la piattaforma riesce a soddisfare il bisogno dell’utente in quel preciso istante (che si misura in aperture del feed, tempo di permanenza, interazioni etc…).
Ad oggi comunque io trovo l’esperienza su Meta Vibes estremamente povera. Ma in futuro questo potrebbe cambiare e le piattaforme potrebbero capire in autonomia cosa vogliamo da quella specifica sessione e costruire per noi un’esperienza su misura: con la combinazione di algoritmo e AI generativa si potrebbe arrivare al “contenuto perfetto”.
C’è poi un altro fenomeno, legato ai social sempre meno social.
I media tradizionali, come televisione e giornali, stanno perdendo fiducia e rilevanza, soprattutto tra i più giovani spesso a causa dalla percezione di scarsa indipendenza o di un presunto schieramento politico. Ma questo è anche il risultato dell’ascesa di social network, piattaforme video e aggregatori come fonti di informazione alternative spesso ritenute più credibili.
Nel 2025, per la prima volta, ci siamo informati più online che offline: il 46,5% della popolazione si informa ogni giorno tramite Internet, superando la televisione. Quegli stessi spazi digitali sono diventati luoghi ibridi, dove informazione e intrattenimento convivono e si contaminano. Spazi in cui si forma (o si deforma) l’opinione pubblica anche sui temi che contano davvero.
Ho parlato di quest’ultimo aspetto nel mio TEDx di quest’estate.
📇 L’AI (non ancora) in azienda
Quest’anno Mary Meeker, una delle analiste tech più importanti negli Stati Uniti, ha pubblicato un nuovo report dedicato all’AI in cui emerge che, se si escludono i ruoli legati all’intelligenza artificiale, l’occupazione nel settore tech negli Stati Uniti è piatta o in calo da diversi anni. Di fatto, tutta la crescita dell’occupazione tecnologica oggi avviene grazie all’AI.
Le aziende di tutti i tipi si sono buttate a capofitto, spesso senza trovare dei casi d’uso o senza avere le condizioni interne per riuscire a farla adottare da tutti. E forse proprio per questo, nella seconda parte dell’anno, l’adozione dell’AI in azienda, dopo l’iniziale entusiasmo, ha cominciato a scendere e molte organizzazioni stanno ancora cercando di capire come trasformare questi modelli in un reale risparmio e non nell’ennesima voce di costo.
In ogni caso, uno dei temi di cui si è parlato più quest’anno è stato l’impatto che questa tecnologia avrebbe potuto avere sul lavoro: lo stesso Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha detto che l’AI è destinata a sostituire gran parte dei lavoratori entry level.
Da questo punto di vista, mi è molto piaciuta l’analisi di Derek Thompson che ha tirato in mezzo il paradosso di Jevons. Così come il foglio di calcolo non ha eliminato il lavoro di contabili e impiegati (anzi, l’ha aumentato), anche l’AI sarà in grado di creare nuovi ruoli e lavori che oggi non esistono. È proprio questo il paradosso di Jevons: quando qualcosa diventa più efficiente, non ne consumiamo meno, ma di più.
💵 L’alba delle stablecoin

Di stablecoin, cioè di criptovalute il cui valore non è volatile ma è ancorato a quello di una moneta legale (come $ o €), appena un anno fa se ne sentiva parlare pochissimo. Poi, quest’anno, è cambiato tutto, forse a causa degli straordinari risultati di Tether, l’azienda che emette la prima stablecoin per diffusione.
Le stablecoin nel 2025 hanno alimentato $46 mila miliardi di transazioni annue (+106% rispetto al 2024) e sembrano aver trovato casi d’uso reali e un vero product-market fit, affermandosi come il modo più veloce, economico e globale per inviare i soldi (e non più usate esclusivamente per operazioni speculative come comprare e vendere altre crypto). E ora sono spesso in prima pagina:
Stripe, l’azienda che gestisce la maggior parte dei pagamenti che avvengono online, ha acquisito Bridge, una piattaforma di infrastruttura per le stablecoin, per poterle processare
L’IPO di Circle, l’azienda che emette la seconda stablecoin per diffusione, ha segnato l’ingresso di queste società nel “mainstream” finanziario
A luglio negli Stati Uniti è stato approvato il GENIUS Act che ha dato il framework tanto richiesto dalle aziende per muoversi nella legalità
Inoltre, le stablecoin sono diventate il 17° maggiore detentore di titoli del Tesoro USA (in crescita rispetto al 20° posto dell’anno scorso) arrivando a detenere oltre $150 miliardi in Treasury, più di molti Stati sovrani. Questo introduce un rischio concreto: la tentazione di emettere debito con maggiore leggerezza, contando sul fatto che questi soggetti saranno comunque pronti ad acquistarlo.
📺 YouTube come nuova (e rinnovata) televisione
Nel 2025 YouTube ha compiuto 20 anni e questo è stato, probabilmente, il miglior anno di sempre per la piattaforma: a febbraio ha superato Disney, diventando il primo distributore televisivo negli Stati Uniti per tempo di visione. Ogni giorno, inoltre, più di 2 miliardi di persone (circa 1 su 4 nel mondo) visitano YouTube.
Il dato è ancora più significativo se si considera che tutto questo è avvenuto appena 3 anni dopo un cambio di strategia radicale in cui YouTube ha smesso di inseguire Netflix e Hollywood e ha iniziato a costruire “la nuova televisione”. Infatti già oggi non solo ha superato tutti i competitor, ma circa metà delle visualizzazioni avviene su uno schermo TV. E questo non è un caso dato che YouTube sta puntando sempre di più su ciò che continua a portare le persone davanti alla televisione tradizionale: sport ed eventi.
Sul fronte sportivo sta testando nuove partnership con la NFL e, secondo alcune indiscrezioni, anche con la NBA. Sul lato eventi, invece, ha annunciato l’acquisizione dei diritti per trasmettere gli Oscar a partire dal 2029, dopo oltre 50 anni di esclusiva ABC (gruppo Disney).
Tutto questo è stato possibile anche grazie al miglior modello di business del settore. Da quando Netflix ha iniziato a produrre contenuti originali nel 2012, le reti televisive si sono lanciate nella corsa allo streaming, investendo miliardi in film e serie TV per attrarre nuovi abbonati (Netflix, da sola, spende circa $18 miliardi all’anno in contenuti e licenze).
Su YouTube, invece, sono i creator a decidere cosa produrre e a sostenere i costi. Se un video funziona, la piattaforma riconosce al creator il 55% dei ricavi pubblicitari. Se va male, YouTube non perde nulla. Negli ultimi tre anni YouTube ha pagato a creator e partner $70 miliardi ma con una differenza chiave rispetto a Netflix: non si è mai esposta a rischi finanziari.
C’è poi un ultimo elemento, per me decisivo, che spiega la forza di YouTube: il rapporto tra creator e piattaforma. In un’epoca in cui i mezzi contano sempre meno del contenuto, YouTube resta l’unico luogo da cui i creator rivendicano di provenire e su cui continuano a investire. Per MrBeast, ad esempio, YouTube è e resterà il centro creativo del suo ecosistema, nonostante oggi il “Beast Universe” includa serie TV, prodotti fisici, un parco a tema, una società di telecomunicazioni, una banca (in arrivo) e molto altro. Nessun’altra piattaforma può vantare un riconoscimento simile.
Ma YouTube non è solo la nuova televisione. È anche il nuovo Instagram, TikTok e Snapchat: YouTube Shorts conta circa 2 miliardi di utenti mensili, più degli 1,59 miliardi di TikTok e gli 1,8 miliardi dei Reel di Instagram.
YouTube è sinonimo di video e, oggi, è semplicemente il posto migliore dove trovarli.
🤖 Robot (spesso umanoidi): la “Next Big Thing”
A marzo sono stato al SXSW, la conferenza tech più importante e influente al mondo. Uno dei momenti più attesi è sempre l’intervento di Amy Webb, futurologa, dedicato ai trend tecnologici dell’anno. E la parte che mi ha colpito di più è stata quella sulla robotica.
In particolare, Webb ha espresso un concetto molto forte: la vera AI non può esistere senza i robot. Proprio come l’intelligenza umana non è completa senza un corpo, anche l’AI avrà bisogno di un supporto fisico per esprimere tutto il suo potenziale.
E l’azienda che svilupperà per prima l’AGI (cioè un’intelligenza generale) sarà quella che vincerà la corsa all’intelligenza artificiale. Forse è per questo che molte big tech stanno investendo in modo così aggressivo nella robotica, e in particolare nei robot umanoidi.
Secondo PitchBook, dal 2015 a oggi sono stati investiti $7,2 miliardi in oltre 50 startup che stanno proprio sviluppando umanoidi. A questi vanno aggiunti i miliardi investiti da Elon Musk e Tesla in Optimus, sviluppato a partire dal 2021. L’obiettivo è chiaro: creare robot in grado di svolgere gran parte del lavoro fisico oggi affidato alle persone. Dalle faccende domestiche, come pulire i piani di lavoro o svuotare la lavastoviglie, ai magazzini, fino alle fabbriche e alle catene di montaggio.
Il mondo intorno a noi è stato costruito sulla base della fisicità umana, ma non è detto che questo sia il modo più efficiente per farlo. L’esempio più intuitivo è l’aspirapolvere: quando è stata automatizzata, ha cambiato completamente forma, diventando un disco che si muove nello spazio.
Eppure, dato che case, uffici e magazzini sono progettati per le persone, i robot umanoidi risultano oggi più adatti a muoversi e operare nel mondo reale insieme agli umani.
Ma la robotica, nel più ampio senso del termine, non è una novità: bracci meccanici o carrelli autonomi lavorano già da tempo in magazzini e fabbriche.
Amazon, quest’anno ha annunciato di puntare a raddoppiare il numero di prodotti venduti entro il 2033. E, sorprendentemente, l’azienda vuole farlo senza assumere nuovo personale, ma robotizzando i magazzini (e probabilmente sfruttando le auto autonome Zoox, entrate in attività il mese scorso). Questa strategia permetterebbe di evitare l’assunzione di circa 600 mila persone, portando un aumento dei margini e consentendo ad Amazon di abbassare ulteriormente i prezzi (già incredibilmente bassi) alimentando così ancora di più i consumi.
Questo è l’ultimo capitolo di una corsa cominciata più di 10 anni fa con l’acquisizione di Kiva Systems, società di robotica che ha segnato l’inizio di un lungo processo di trasformazione delle operations dell’azienda. Non si parlava ancora di “AI”, ma quelle macchine incorporavano già forme di intelligenza operativa: negli anni Amazon ha ampliato il numero e la complessità delle attività automatizzate, dallo smistamento all’imballaggio, fino al trasporto interno. E oggi non è difficile immaginare magazzini completamente automatizzati, capaci magari di funzionare addirittura al buio (riducendo ulteriormente i costi).
📱 La terza fase della Creator Economy
Nel 2025 sono finalmente arrivate stime credibili su quanto gli inserzionisti stiano spendendo sui creator: $37,1 miliardi solo negli Stati Uniti, secondo IAB e Advertiser Perceptions. Più del doppio rispetto a quanto speso nel 2021.
Nonostante questo, la cifra rappresenta ancora solo 1/3 degli oltre $100 miliardi che, secondo Emarketer, gli inserzionisti negli USA investiranno in pubblicità sui social network durante l’anno. nsomma, le collaborazioni dirette con i creator rappresentano ancora una quota ridotta dei budget pubblicitari e se è vero che la creator economy è ormai parte del mainstream, è comunque ancora sottovalutata.
Un’altra cosa che mi è rimasta impressa dal mio viaggio al SXSW è stato un intervento di Colin & Samir che parlavano delle diverse fasi della creator economy.
Prima fase: I creator come “cartelloni pubblicitari online”, chiamati a promuovere qualsiasi prodotto o servizio.
Seconda fase: Le aziende iniziano a portarli all’interno dell’organizzazione, con ruoli come Chief Influencer, Chief Marketing o posizioni legate alla comunicazione.
Terza fase: Oggi i creator stanno diventando veri e propri brand. Non si limitano più alla produzione di contenuti, ma costruiscono ecosistemi: software, prodotti fisici, agenzie, media, redazioni.
E questo non sta succedendo solo negli Stati Uniti: il caso di Davide Reinecke, in Italia, è emblematico. Parte dai social, diventa un profilo seguitissimo prima su Facebook e poi su TikTok con un format semplice ma riconoscibile e di forte impatto (challenge in cui fa trick shot o “prevede” l’uscita di un numero). Poi, all’inizio del 2021 entra in VedrAI come Head of Social Media per poi, a metà 2024, lanciarsi full time su Certo, agenzia di creator TikTok fondata da lui e che nel 2025 ha chiuso con un fatturato di €1,5 milioni.
🗞️ La fine dello scontro tra editori e AI
Se il 2023 e 2024 sono stati gli anni dello scontro (inevitabile) tra editori e aziende di AI, il 2025 è stato l’anno della “consapevolezza”.
L’AI infatti si è ormai affermata (ne parlavo nella newsletter della scorsa settimana) e questo ha avuto un impatto enorme sugli editori che avevano compreso i meccanismi di Google e che vivevano, in larga parte, dei ricavi che derivavano dalle visite dei loro siti web. In molti casi il traffico si è drasticamente ridotto, anche fino al 50%, a causa dell’AI Overview di Google (che fornisce la risposta a una domanda direttamente nella preview, senza farti entrare all’interno di un sito) e dell’uso crescente dei chatbot.
Questo calo di traffico si sta traducendo in un problema molto concreto: meno ricavi pubblicitari.
Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui su cercheranno delle soluzioni alternative. Pare che Microsoft stia già sviluppando un “Publisher Content Marketplace”, con l’obiettivo di creare un mercato dove i contenuti degli editori possano essere venduti “a consumo” agli assistenti AI, a partire da Copilot. Forse è la via d’uscita dallo stallo che da tre anni tormenta tutti gli editori (il famoso “sue or sell”). Da un lato gli editori potevano cedere i contenuti e monetizzarli, dall’altro rischiare di vederli usati comunque dalle aziende di AI senza compenso (come dimostra la maxi-multa ad Anthropic di due settimane fa).
Resta da capire se questa sarà davvero la strada per rallentare il declino di un settore, quello dei media, già in piena crisi strutturale.
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Cosa ho letto questa settimana
1929, il nuovo libro dell’autore di The Big Short [Andrew Ross Sorkin]
La crescita senza fine di YouTube [Financial Times]
Cosa ho ascoltato questa settimana
Tutta la storia di Brembo, raccontata da me e Riccardo Haupt [Grandi Imprese]
Le previsioni del 2026 di The Verge [The Vergecast]
Cosa ho guardato questa settimana
L’intervista all’avvocato dei founder di San Francisco [Marcello Ascani]
Dietro le quinte del mercato dei criminali online [Financial Times]
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