Chi è davvero Dario Amodei
L’uomo che ha sfidato OpenAI di Sam Altman ed è pronto a vincere la guerra dell'AI
Questo episodio è supportato da Wave by Vento
La storia della settimana
Nell'estate del 2015, Elon Musk e Sam Altman, all'epoca presidente di Y Combinator, il più grande acceleratore di startup al mondo, organizzano una cena al Rosewood Hotel di Sandhill Road, riunendo i principali ricercatori di intelligenza artificiale del momento.
La serata ha un obiettivo preciso: capire cosa avrebbe potuto convincere quelle menti (che all’epoca lavoravano tutti in Google o in Facebook) a lasciare il “posto fisso” dove vengono pagati cifre astronomiche, per unirsi a un laboratorio di intelligenza artificiale ancora tutto da costruire.
Musk infatti non aveva apprezzato l’acquisizione di DeepMind da parte di Google. Lui stesso aveva investito in DeepMind con l’intenzione di portarne il team dentro Tesla. Vedendo sfumare quell’opportunità si convince di voler creare un nuovo laboratorio, tutto suo, per sviluppare la propria intelligenza artificiale. Ed è sempre più convinto che quella tecnologia avrebbe potuto dare un contributo decisivo alle sue altre aziende, SpaceX e Tesla in particolare.
Ma è anche convinto che un’impresa del genere non la possa fare da solo. E così si rivolge a Sam Altman, una delle persone con più connessioni in Silicon Valley.

Grazie ad Altman riunisce a cena alcune figure che, di lì a breve, sarebbero diventate leggendarie nel mondo dell’AI: Ilya Sutskever, Andrew Ng, Andrej Karpathy, Dario Amodei, Mustafa Suleyman, Yann LeCun, Demis Hassabis, Noam Shazeer, Shane Legg e molti altri.
Ma per quanto potesse essere intrigante lavorare a stretto contatto con due delle persone più importanti e influenti della Silicon Valley, nessuno inizialmente è persuaso.
A quel punto entra in scena Greg Brockman, il CTO di Stripe, una delle società più brillanti uscite da Y Combinator, che si stava per unire al progetto di Musk e Altman. Brockman invita dieci tra i migliori ricercatori del settore a trascorrere un sabato in una cantina vinicola della Napa Valley, lontano dalle distrazioni, per pensare insieme a cosa potrebbero costruire insieme e a come avrebbero potuto sconfiggere i grandi colossi delle Big Tech. A fine giornata, propone ufficialmente a ciascuno di loro di entrare a far parte del nuovo laboratorio, dandogli un ultimatum di 3 settimane per decidere.
9 su 10 accettano. Nasce così OpenAI.

Tra i fondatori di OpenAI, però, non c’è Dario Amodei, che sceglie di non prendere parte, almeno per il momento, a quell’avventura, preferendo il percorso opposto ed entrando in Google Brain.
Cosa faceva Dario Amodei prima di Anthropic?
Dario Amodei nasce a San Francisco nel 1983 e fin da piccolo è super appassionato di matematica e di fisica. È talmente tanto estraneo al mondo di internet e della tecnologia che, quando durante gli anni del liceo esplode la bolla delle dot-com, lui quasi non se ne accorge.
Anche i genitori, in effetti, fanno tutt’altro. La madre, Elena Engel, gestisce progetti di ristrutturazione per le biblioteche di Berkeley e San Francisco. Il padre, Riccardo Amodei, da buon toscano lavora la pelle.
Dopo gli anni in Caltech, una delle più importanti università americane, si sposta a Stanford per un Bachelor of Science in Fisica e infine a Princeton.
Poi, nel 2006, a 23 anni, la sua vita cambia per sempre quando perde il padre a causa di una malattia rara.
L’evento ha un impatto devastante sull’intera famiglia, ma su di lui in particolare. Decide così di spostare il suo dottorato a Princeton dalla fisica teorica alla biologia, per dedicarsi allo studio delle malattie.
Inizia studiando la retina, spesso definita “la finestra sul cervello” dato che è l’unica parte del sistema nervoso centrale direttamente visibile e accessibile in modo non invasivo, permettendo ai medici di osservare in tempo reale vasi sanguigni e tessuto nervoso. Durante quel periodo di ricerca, si appassiona talmente tanto al settore che mette a punto anche un metodo più efficiente per raccogliere una quantità ancora maggiore di dati dal tessuto.
Ed è proprio in quel contesto che scopre l’utilità del Machine Learning, la branca dell’intelligenza artificiale che sviluppa algoritmi capaci di imparare dai dati, riconoscere pattern e migliorare le proprie prestazioni nel tempo.
A quel punto, l’interesse verso l’AI comincia a crescere. Decide quindi di lasciare il mondo accademico con l’obiettivo di spostarsi nel settore privato, dove avrebbe potuto lavorare direttamente a contatto con questa tecnologia. Dopo aver valutato l’idea di fondare una startup, comincia a guardare con interesse Google, che aveva appena acquisito DeepMind. Ma, proprio in quel momento, conosce Andrew Ng che stava mettendo in piedi un team di AI all’interno di Baidu, il Google cinese, con un budget stellare per l’epoca: $100 milioni.

L’application di Dario Amodei in Baidu non viene capita immediatamente, d’altra parte aveva un passato in biologia, non in machine learning. Ma, anche grazie al suo lavoro a Stanford, la stessa Università dove insegnava Andrew Ng, viene accettato e inizia a lavorare al progetto a Novembre 2014.
Quell’esperienza in Baidu è fondamentale per l’intero settore dell’AI. Il team fa progressi importantissimi e scopre una delle leggi fondamentali dell’AI, la “Scaling Law”, che descrive come le prestazioni dei modelli di intelligenza artificiale migliorano all'aumentare delle risorse (dati, potenza computazionale, etc) impiegate nel loro addestramento.

Dopo poco, però, all'interno dell'azienda scoppiano lotte di potere e, alla fine, il laboratorio si scioglie.
È il 2015 e proprio in quei mesi Dario viene invitato alla cena di Musk e Altman. Ma, nonostante la proposta di dar vita a un nuovo laboratorio di AI fosse intrigato, decide di unirsi al team di Google Brain, dove però resiste solo 10 mesi.
Cosa fa Dario Amodei dentro OpenAI?
A luglio 2016, esattamente un anno dopo la cena al Rosewood Hotel, entra in OpenAI come “Team Lead for AI Safety”. OpenAI, che era nata come no profit, era ancora alla ricerca dei migliori profili del settore e quel Dario Amodei, che in Google aveva sviluppato un certo interesse e una certa preoccupazione per la velocità con cui questa tecnologia stava venendo sviluppata, sembrava la persona ideale da portare a bordo.

Dopo un anno dal suo ingresso in OpenAI, i suoi ex colleghi di Google pubblicano un articolo intitolato Attention is All You Need in cui viene presentato il transformer, la tecnologia alla base dell’attuale rivoluzione dell’AI generativa, che consente un addestramento più rapido e modelli molto più grandi rispetto ai metodi precedenti.
OpenAI capisce immediatamente il potenziale e, nel 2018, rilascia il suo primo LLM, chiamato “GPT” (dove la “T” sta proprio per “transformer”) che riscuote un discreto successo tra gli addetti ai lavori. Nel frattempo Dario diventa “Research Director” (proprio nel momento in cui anche sua sorella Daniela entra in azienda) e lavora a una nuova tecnologia chiamata “reinforment learning with human feedback” che permette lo sviluppo di un modello in grado di dare risultati molto migliori dimostrando l’abilità a parafrasare, scrivere e rispondere alle domande in maniera corretta. Quella tecnologia permette di fare un ulteriore salto e rilasciare GPT-2.
A quel punto Dario viene messo proprio alla guida dello sviluppo della successiva iterazione, che si sarebbe chiamata GPT-3. Ma quel modello costa decine di milioni di dollari: gli viene quindi assegnato il 50-60% dell’intera capacità computazionale dell’aziendale e, il 28 maggio 2020, il modello è pronto.
È un successo enorme, ma sempre circoscritto tra i soli addetti ai lavori.
Ma le cose in OpenAI cambiano in fretta. Tra il 2019 e il 2020 Microsoft aumenta il suo investimento nell’azienda, siglando una grande partnership, e lui è preoccupato dal rischio che alla startup venga richiesto di passare dall’avere una struttura no profit ad un’entità “for profit”, accelerando la commercializzazione dei modelli e mettendo in secondo piano la sicurezza.
Dario, a quel punto VP of Research, e sua sorella, VP of Safety and Policy, iniziano a sentirsi a disagio e cominciano a proporre / imporre la loro visione internamente, chiedono un approccio più lento e cauto (sostenuti da un gruppo di fedelissimi definiti i “pandas”). Ma dall’altra parte, la leadership di OpenAI vuole correre, sapendo di essere a un passo dal creare di qualcosa di enorme.
Come nasce Anthropic?
A dicembre 2020, dopo tensioni sempre più grande con Sam Altman e il resto della leadership di OpenAI, Dario e sua sorella Daniela, insieme ad 5 altri membri dell’azienda, lasciano OpenAI per creare il proprio laboratorio di AI.
In piena pandemia, il team si riunisce ogni giorno su Zoom e definisce subito i propri obiettivi: sviluppare modelli linguistici all’avanguardia da vendere principalmente alle aziende (al contrario di OpenAI che sviluppava prodotti consumer), adottare pratiche di sicurezza in grado di fare pressione sugli altri attori del settore e pubblicare tutto ciò che si imparava lungo la strada.
Dario si occupa dello sviluppo del prodotto, Daniela dell’organizzazione aziendale, creando una cultura che eviti il "burnout" e le lotte di potere che avevano visto in OpenAI.

Anthropic, tra le altre cose, viene registrata come una Public Benefit Corporation, un'azienda che ha l'obbligo legale di bilanciare il profitto degli azionisti con il beneficio pubblico.
Per riuscire nell’obiettivo, però, servono grandi finanziamenti.
Il team si rivolge inizialmente a Sam Bankman Fried, che all’epoca, nonostante i suoi 28 anni, era alla guida del secondo più grande exchenge di criptovalute al mondo, FTX. Sam era anche un grande sostenitore dell’Effective Altruism, un movimento filosofico che aveva l’obiettivo di massimizzare l’impatto positivo mettendo a disposizione le proprie risorse. Questi ideali condivisi lo portano a investire, tramite la sua azienda, $500 milioni per il 13,56% di Anthopic.

Oltre a FTX, uno dei primi investitori è l’ex CEO di Google Eric Schmidt, che aveva conosciuto Amodei all’epoca di OpenAI, attraverso la sua fidanzata dell’epoca (ora moglie) e che l’aveva colpito per la sua visione sull’AI.
Nel frattempo il settore dell’AI viene scosso da un terremoto.
OpenAI rilascia, a Novembre 2022, una versione di GPT-3 con cui era possibile conversare e creare una chat. Lo chiama ChatGPT e, improvvisamente, diventa il prodotto a più rapida adozione nella Storia: 100 milioni di utenti in 2 mesi.
Anthropic, grazie all’esperienza del suo founding team, che aveva lavorato allo sviluppo di GPT-3, comincia a sviluppare un modello competitor a ChatGPT, Claude, che viene rilasciato a Luglio 2023.
Ma per fare training e utilizzare i suoi modelli, anche Anthropic brucia un sacco di soldi e ha bisogno di nuovi finanziamenti. A partire dal 2023 l’azienda raccoglie più di $60 miliardi per la crescita. L’ultimo round, qualche mese fa, l’ha valutata $380 miliardi, più del doppio della valutazione di $183 miliardi di Settembre 2025.

Come e quanto fattura Anthropic?
Anthropic è fondamentalmente un’azienda B2B: la maggior parte dei suoi ricavi proviene dalle API, che altre aziende utilizzano per integrare i modelli di Anthropic nei propri prodotti e servizi.
Dopo il primo anno di attività, a gennaio 2024, le revenue superavano di poco i $100 milioni. Dopo due anni di attività, a gennaio 2025, superavano $1 miliardo. A gennaio 2026 sono arrivate a $14 miliardi e ora sembra abbiano superato i $20 miliardi.
Recentemente, poi, l’azienda ha cominciato a rilasciare nuovi (e potentissimi) strumenti come Claude Opus 4.6. Se i modelli precedenti erano “chatbot”, questa nuova generazione di IA è definita “agentica” e non vive più solo dentro una chat ma può “vedere” lo schermo, muovere il cursore e prendere il controllo del computer.
Eppure, come tutte le startup del settore, continua a bruciare miliardi di dollari per addestrare e gestire i propri modelli, sollevando dubbi sulla sostenibilità del suo modello di business. Nel solo 2025 ha perso circa $3 miliardi.
La visione sull’AI di Dario Amodei
Da qualche mese, Dario Amodei si è posizionato come il volto “buono” dell’IA, in netta contrapposizione ideologica e filosofica a Sam Altman.
Per lungo tempo, Altman è stato percepito come il volto rassicurante del settore: il rappresentante di una Silicon Valley democratica e anti-trumpiana, visto come l’unica speranza per scardinare lo strapotere delle Big Tech. Poi le cose sono cambiate: le sue dichiarazioni e soprattutto il progressivo allontanamento dalla filosofia “Open” di OpenAI, ne hanno offuscato l’immagine.
È in questo “vuoto” che è emerso Dario Amodei che, grazie a una lunga serie di ospitate in podcast e conferenze tech (a Ottobre sarà anche al Wave by Vento a Torino) è sempre più percepito come una figura equilibrata, coerente e intellettualmente rigorosa.
Per marcare la distanza da OpenAI, Amodei si è concentrato su tre aspetti:
A differenza della concorrenza, che addestra i modelli basandosi esclusivamente sul feedback umano (spesso incoerente o influenzabile dai pregiudizi), Anthropic ha introdotto un metodo chiamato Constitutional AI. Invece di affidarsi solo a migliaia di "voti" esterni, prima di generare una risposta il sistema la confronta con la “Costituzione”, una lista di principi etici e comportamentali, autocorreggendosi. Il risultato è un chatbot intrinsecamente "più utile e meno dannoso".
Dario è anche la voce più schietta (e inquietante) sull'impatto dell’AI sul lavoro. Da ormai 10 mesi dice che “nei prossimi 6 mesi questa tecnologia potrebbe spazzare via metà di tutti i white collar entry-level”.

Questa settimana Anthropic ha rilasciato questo studio sull’impatto dell’AI sul lavoro. L’area blu rappresenta il tasso di automatizzazione che l’AI potrebbe avere sui diversi settori, mentre l’area rossa rappresenta quanto i singoli settori sono già stati automatizzati (incrociando quindi dati reali). Eppure, come scrivevo nella newsletter della scorsa settimana, la Storia ci insegna che la tecnologia ha sempre sostituito / potenziato / reso più produttivo il lavoro umano e quello a cui assistiamo oggi con l’AI è un’ulteriore passo in questa direzione. E come ha anche fatto notare Benedict Evans, non possiamo trattare le professioni come sistemi basati su regole, descrivibili e replicabili una alla volta. (Questa è la ragione per cui l’AI ha fallito per anni, prima dell’arrivo del Machine Learning e degli LLM che, grazie alla comprensione del contesto, centrano finalmente l’obiettivo). L’ultimo segnale di coerenza è arrivato proprio questa settimana. Amodei ha rifiutato di piegarsi alle richieste del Dipartimento della Difesa USA, che pretendeva di usare l’IA di Anthropic senza vincoli. Un “no” che è costato un contratto da $200 milioni, ma che ha innescato una reazione a catena senza precedenti sul mercato:
Claude è balzato stabilmente al primo posto sull’App Store, andando persino down per l’eccessivo carico di nuovi download
Solo negli Stati Uniti, le disinstallazioni di ChatGPT sono aumentate del 295% su base giornaliera, con un ritmo di 700.000 cancellazioni di abbonamenti Plus ogni 24 ore

Abbiamo ripercorso l’intera vicenda tra Anthropic e il Dipartimento della Difesa USA nell’ultimo episodio di Actually. Si guarda (e si ascolta) qui
È proprio grazie a questa strategia che oggi Dario Amodei viene percepito come il “volto buono” dell’intelligenza artificiale. E la sua rarità sta nella coerenza e nell’aver scelto sempre la strada più difficile: avrebbe potuto restare in accademia, avrebbe potuto accontentarsi di Google, avrebbe potuto stare dentro OpenAI (aspettando il suo momento e incassando la sua fetta di una delle aziende più preziose della storia).
Invece, ha scelto ogni volta di ricominciare da capo. A guidarlo non è stata l’ambizione di accumulare ricchezza o fama ma la convinzione che questa tecnologia, se sviluppata male, possa causare danni enormi.
Nella corsa tecnologica più frenetica e competitiva della storia moderna, Anthropic sta mantenendo un rigore che per molti concorrenti appare oggi impossibile. Sarà interessante osservare se, nel lungo periodo, questa scommessa sulla responsabilità si rivelerà un limite per lo sviluppo o sarà la chiave per vincere il mercato.
Se dovesse funzionare, sarà Dario Amodei a portarci definitivamente nel futuro.
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Grazie, ottimo approfondimento! 🙏
Dario Amodei: l'Anticristo per Sam Altman o viceversa. Sempre interessante quello che scrivi Riccardo ! Complimenti.