Substack sarà la piattaforma del 2026
E qualche riflessione sul futuro di Technicismi
Questo episodio è supportato da Shopify
La storia della settimana
Nel 2007 Chris Best, ancora studente all’Università di Waterloo, inizia a lavorare insieme al suo coinquilino, Ted Livingston, a un’app musicale per BlackBerry (la cui sede era proprio lì, a Waterloo). A pochi mesi dal lancio dell’iPhone, BlackBerry detiene infatti il 50% del mercato statunitense e tutti comprendono che quel tipo di interazione con il telefono è destinata a esplodere e a cambiare per sempre il nostro rapporto con la tecnologia.
L’app è, in pratica, una sorta di Spotify primitivo: un servizio di musica in streaming per smartphone, molto avanti rispetto ai tempi. Con il senno di poi l’idea ha perfettamente senso ma c’è un problema: le trattative con le etichette discografiche, soprattutto le major, sono lunghissime e sembrano non concludersi mai.
Così, mentre aspettano i contratti, Chris e Ted costruiscono un’app di messaggistica da affiancare a quella musicale. La chiamano Kik: Ted fa il CEO e Chris si occupa della parte tecnologica come CTO. Quel progetto, nato come esperimento e prodotto secondario, esplode e raggiunge milioni di utenti in tutto il mondo anche grazie alla spinta che l’app stava avendo sullo store di BlackBerry.
Poi però l’atteggiamento di BlackBerry nei confronti di Kik cambia: se all’inizio li consideravano un valido alleato per far aumentare l’adozione dei loro “smartphone”, ben presto si rendono conto che una quota enorme delle notifiche push sui BlackBerry erano messaggi di Kik. E lì cambia tutto: nel giro di pochissimo Kik viene eliminata dallo store di BlackBerry e le notifiche push vengono silenziate.
Nel 2010, nonostante il prodotto ormai sembri morto, il team riesce a rimetterlo in piedi soprattutto grazie alla penetrazione che stava avendo iPhone.

Kik è, insomma, WhatsApp prima di WhatsApp (di cui ho raccontato la storia in questa newsletter). Ed esattamente come WhatsApp, non c’è un vero business model e, in quella fase, non è ancora chiaro cosa possa diventare quell’app.
In quello stesso periodo, a 800km di distanza, Hamish McKenzie, un ragazzo neozelandese che vive a Baltimora, sta lavorando per un blog tech chiamato Pando Daily e segue tutte le novità di due aziende particolarmente all’avanguardia, entrambe di proprietà di un imprenditore sudafricano il cui nome, nella Silicon Valley, stava velocemente diventando leggenda: Elon Musk.
All’epoca, Tesla e SpaceX non sono ancora fenomeni culturali, ma le cose stanno cambiando in fretta: Tesla ha appena vinto il premio “Car of the Year” e sta installando i primi Supercharger, stazioni di ricarica veloce, gratuite, e alimentate dall’energia solare mentre SpaceX ha cominciato a inviare razzi nello spazio e a breve sarebbe stata in grado di creare un razzo riutilizzabile.
Hamish scrive di tutto quello che succede e, a un certo punto, riceve la chiamata di un editor inglese che gli propone di scrivere un libro su Elon Musk. Lui prova a contattarlo, ma invano. Poi, trova l’indirizzo email della madre di Musk e, attraverso di lei, riesce finalmente a mettersi in contatto.
Scopre così che Elon aveva già letto (e apprezzato) alcuni suoi articoli sulle sue aziende e, nonostante i due si sentano per parlare del libro, Elon fa una controproposta, proponendo ad Hamish di andare a lavorare in Tesla, diventando una sorta di giornalista dipendente, per raccontare dall’interno una delle aziende più interessanti del mondo. Ovviamente Hamish accetta.
Col tempo, però, il loro rapporto si deteriora. Hamish produce un report sulla sostenibilità delle batterie che evidenzia alcuni punti sgraditi a Elon, e comincia a ricevere email direttamente da lui sulla qualità dei tweet della pagina ufficiale di Tesla. Dopo un anno, quindi, Hamish lascia l’azienda e comincia a lavorare sul suo libro “Insane Mode”.

Per finanziarsi durante la scrittura del libro, comincia a fare il consulente per la comunicazione di Kik, quell’app di messaggistica di cui Chris era il CTO. E qui, avviene la più importante sliding door della sua vita.
Un giorno CNBC invita sulla loro trasmissione di punta, Squawk Box, il CEO di Kik, Ted. Lui però, non ama questo tipo di esposizione e propone a Chris, il suo vecchio coinquilino e cofounder, di sostituirlo. Hamish quindi, si trova a dover preparare Chris per quella intervista e, trovandolo particolarmente teso, gli propone di bersi insieme un paio di birre prima di andare in onda.
Quelle due Corone alle 8 della mattina saranno l’inizio di una grande avventura insieme.

L’intervista va in onda ed è un successo. Ma Chris stava pianificando di andarsene già da tempo. Così lascia Kik e si prende un anno di pausa. Durante quell’anno si dedica alla scrittura, sua grande passione. In particolare scrive un lungo post di sfogo in cui critica l’economia dei media online e gli incentivi disallineati dei social media. La cosa che gli sembra più assurda è che nonostante fosse evidente che il modello dei media fosse rotto nessuno sembra in grado di trovare un’alternativa o sistemarlo per davvero.
Prima di pubblicare il post online, Chris lo manda a Hamish e da lì nasce una lunga conversazione. Hamish, che di media ne sapeva molto, a un certo punto cita Stratechery, una newsletter scritta da Ben Thompson e sostenuta totalmente dagli abbonamenti diretti dei lettori.

Insieme quindi Hamish e Chris iniziano a studiare il modello di Stratechery e scoprono che, per funzionare, richiedeva un’infrastruttura composta da oltre 19 servizi diversi, collegati tra loro tramite automazioni. Ed è lì che scatta la scintilla: perché non provare creare un nuovo modello di piattaforma che abbia delle regole di ingaggio e delle logiche completamente diverse rispetto a quelle delle altre piattaforme? Cioè dare la possibilità a chiunque di fare quello che ha fatto Ben Thompson, senza dover legare tra loro 19 servizi diversi.
Nel 2017 infatti da un lato era già chiaro che i tuoi followers, su qualsiasi piattaforma, non erano davvero “tuoi”: con un cambio di algoritmo, il tuo lavoro può sparire da un momento all’altro. Dall’altro lato invece, c’erano piattaforme, in particolare Patreon, che avevano dimostrato che le persone erano disposte a pagare per ricevere contenuti premium o per supportare i propri creator preferiti.
E così, in pochi mesi nasce Substack. A Ottobre 2017 la piattaforma è un semplice tool che permette di ospitare un contenuto online e inviarlo agli iscritti tramite email. C’è la piattaforma ma mancano gli autori.
Poi, quasi per caso, Chris riesce a intercettare Bill Bishop, esperto di Cina, che aveva già una newsletter con migliaia di iscritti e che programmava da tempo di crearne una versione premium a pagamento. Lo convincono a farlo su Substack e il giorno del lancio la sua newsletter riceve più di $100mila in abbonamenti.
Il modello di Substack è validato e questo è l’inizio della storia della piattaforma.
Perché Substack ha avuto così successo?
Substack non è stata la prima piattaforma a permettere di creare contenuti e raggiungere la propria audience tramite una newsletter.
All’inizio degli anni 2000, piattaforme come Blogger e WordPress hanno dato vita al fenomeno dei blog. Hanno democratizzato la pubblicazione online e, di fatto, aperto la strada ai social media. Ed è stato proprio l’arrivo dei social a uccidere i blog e i contenuti long form, premiando formati rapidi, emotivi, facili da consumare. Idee complesse compresse in titoli accattivanti e dibattiti sempre più superficiali.
Poi è arrivato Medium. Un’evoluzione dei blog: testi curati, facili da condividere, belli da leggere. Ma crescendo, qualcosa si è rotto e anche quell’avventura è finita male.
Ed è qui che entra Substack. Da piattaforma di nicchia per newsletter si è trasformata in quello che loro stessi definiscono “un motore economico per la cultura”: uno spazio in cui scrittori, giornalisti e pensatori possono tornare a condividere il proprio lavoro attraverso una relazione diretta e autentica con il pubblico. E, soprattutto, renderlo sostenibile, se dall’altra parte c’è qualcuno disposto a pagare.
La promessa di Substack è semplice: gli autori mantengono il pieno controllo della propria lista di iscritti e dei propri contenuti, e possono farsi sostenere direttamente dai lettori tramite un abbonamento.
Niente pubblicità. Niente algoritmi. Niente intermediari. Un ritorno all’essenza di internet.
Così la piattaforma ha attratto giornalisti, opinion leader, analisti, creativi, investitori e scrittori. Oggi esiste probabilmente un Substack per ogni nicchia con contenuti long form, profondi, lontani da quelle dinamiche social che hanno accelerato la frustrazione di molti utenti.
Quale sarà il futuro della piattaforma?
Ora la piattaforma si prepara alla prossima fase. Qualche mese fa ha raccolto $100 milioni per accelerare la crescita e scalare ulteriormente.
E lo sta facendo in due modi:
Integrando feature sempre più “social” con l’obiettivo è permettere agli autori di far scoprire la propria newsletter in nuovi modi, senza doversi appoggiare ai social media tradizionali, progettati per trattenere gli utenti all’interno delle loro piattaforme.

Hamish McKenzie l’ha spiegato di recente nella sua newsletter Disjointed Poi, a breve, lanceranno un sistema che faciliterà l’incontro tra creator e brand per tutte quelle newsletter che si sostengono con la pubblicità (come Technicismi). In una prima fase, Substack dovrebbe limitarsi a semplificare i passaggi burocratici e i pagamenti (di fatto, senza modificare la user experience dei lettori) e solo in un secondo momento, probabilmente, comincerà a prendere una commissione.
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L’obiettivo dichiarato della piattaforma è arrivare a 50 milioni di abbonati paganti (oggi sono circa 5). Un traguardo complicatissimo, anche perché, se da un lato è vero che gli utenti oggi sono disposti a pagare per i contenuti di qualità dei creator, ogni utente può permettersi solo un numero limitato di abbonamenti.
Ma la storia dei media è ciclica, è fatta di bundling e unbundling. Substack è stato l’unbundle: ha permesso a molti creator di uscire dalle redazioni tradizionali, che riunivano tante firme sotto un’unica testata, e di costruire un progetto personale. Il prossimo passo, probabilmente, sarà il movimento opposto. Vedremo sempre più tentativi di bundling: formule che mettono insieme più creator sotto un unico abbonamento. Magari facilitati dalla piattaforma stessa…
Perché usare Substack per scrivere una newsletter
In un momento in cui i social hanno rotto la loro promessa “social” e si sono trasformati in piattaforme di puro intrattenimento, Substack sembra quindi essere l’unica alternativa offrendo a chiunque la possibilità di esprimersi in uno spazio sicuro e ampio, riconosciuto come un luogo pieno di contenuti di livello.
Non sorprende quindi che sempre più celebrità stiano usando questa piattaforma per raggiungere direttamente il proprio pubblico.
Rosalía ha pubblicato qualche anteprima del suo album
Pamela Anderson ha una newsletter a pagamento in cui condivide pensieri e riflessioni personali.
Charli XCX ne ha aperta una in cui racconta la sua esperienza da pop star
E pure Shopify (che sponsorizza questa newsletter) ha aperto un proprio Substack
Ma non succede solo all’estero. Anche in Italia, persone provenienti da settori molto diversi hanno scelto Substack:
La più conosciuta è sicuramente Selvaggia Lucarelli, uno dei Substack di maggior successo NEL MONDO (Scrolling Infinito le ha dedicato un episodio)
Poi c’è Giulia Torelli, che ha recentemente lanciato la versione a pagamento della sua newsletter
C’è Stefano Feltri che, dopo aver lasciato Domani, ha aperto Appunti, che sta cercando di trasformare in un vero progetto editoriale
E c’è pure Alessandro Di Battista, politico ex M5S

Ah, e ovviamente ci sono io con Technicismi :)
Quando è nata Technicismi?
Questa newsletter l’ho iniziata a scrivere ad aprile 2020. In quei mesi, in tutto il mondo, e ovviamente anche in Italia, sono nati moltissimi progetti media. Alcuni si sono spenti rapidamente mentre altri, invece, continuo a leggerli con enorme interesse. Tra questi ci sono Ellissi di Valerio Bassan, La Colazione di Gianvito Fanelli, e Digital Journalism di Fra Oggiano, che avrei conosciuto qualche mese dopo in Will.
Infatti è proprio grazie a Technicismi che ho ricevuto la mia prima offerta di lavoro da Will. All’epoca era una newsletter minuscola, con qualche centinaio di iscritti. Il 14 agosto di quell’anno faccio un colloquio in remoto con Ale Tommasi (io in spiaggia, lui ovviamente in ufficio). Lui leggeva la newsletter e, dovendo occuparsi sempre di più della crescita dell’azienda, stava cercando qualcuno che lo sostituisse nella creazione di contenuti tech. Ci conosciamo, facciamo due chiacchiere e troviamo subito un accordo. È stato l’inizio di una serie di fortunati eventi che non avrei mai immaginato. Thanks, Ale! (tra l’altro, pure lui ha il suo Substack).
Da quell’aprile 2020 non ho mai smesso di scrivere. Ogni settimana (prima il venerdì, ora la domenica) ho raccontato il settore tech dal mio punto di vista: notizie, approfondimenti, opinioni. Più di 250 email in poco più di un anno e mezzo (con una sola pausa di qualche settimana l’anno scorso).
Negli ultimi mesi, però, ho ritrovato un entusiasmo nuovo per la scrittura. E, nel momento in cui ho ricominciato a scrivere con una voglia diversa, la newsletter ha cominciato a crescere moltissimo. È questa la forza di Substack!

In questi anni ho capito che quello che risuona di più con chi mi legge sono le persone e le storie dietro alle notizie. Per questo ogni episodio parte sempre dal racconto di un contesto. Ed è anche per questo che nel 2026 voglio investire ancora di più sulle storie.
Nel tempo, comunque, sono cambiati struttura e temi e, di conseguenza, anche il workflow settimanale. Negli ultimi mesi, però, ho definito un processo molto chiaro che mi permette di scrivere esattamente come voglio, nel modo più efficiente possibile e risparmiando molto tempo rispetto al passato (i risultati li puoi vedere nello screenshot qui sopra).
Parto sempre dal tema della puntata. Di solito l’ispirazione arriva durante la settimana ed è innescata da un evento o da una notizia specifica che mi deve permette di allargare lo sguardo su un settore o su un trend più ampio. Dato che però alcune settimane sono “povere” di spunti, attingo a una lista di temi “freddi” che tengo nelle note dell’iPhone (per esempio quello di questa settimana).
Questa settimana, infatti, le due notizie più rilevanti sono state l’investimento di Disney in OpenAI e la conferma della quotazione di SpaceX nel 2026. Sulla prima non avevo molto da aggiungere rispetto a quanto detto nel podcast. Sulla seconda, invece, sto preparando un deep dive che, però, non è ancora pronto.
Una volta scelto il tema cerco una storia da cui partire: un evento o un personaggio il cui percorso possa “catturare” il lettore. Di solito sono storie che ho letto, ascoltato o visto altrove: libri (soprattutto biografie), newsletter salvate nel tempo, podcast etc…
Qui purtroppo manca ancora un approccio “scientifico”: vorrei costruire una vera raccolta di storie e di risorse invece di affidarmi ogni volta alla memoria
A questo punto scrivo tutto quello che so su quella storia, a mente, in modo disordinato. Questa è una fase volutamente caotica in cui spesso emergono dei vuoti che cerco di riempire con ricerche su X, Wikipedia, etc
Durante questa ricerca entro quasi sempre in contatto con nuovi dettagli che rimandano ad altri dettagli ancora. È un processo simile a muoversi tra hyperlink su Wikipedia: da un’informazione all’altra, anche se non sempre direttamente collegate. Alla fine, però, mi costruisco una mappa abbastanza chiara dei temi da trattare. In genere, poi, emergono una o due fonti principali che mi danno la maggior parte delle informazioni e definiscono la traiettoria del pezzo.
A quel punto completo una prima bozza, che è ancora un miscuglio di appunti, link, testi in inglese e dettagli sparsi. Questa bozza la passo a ChatGPT per riordinarla, sistemarla e renderla scorrevole.
Ho testato diversi LLM, ma per questa fase mi trovo molto bene con ChatGPT. Ho avuto la versione Pro per mesi (+€20/mese), poi l’ho disdetta per fare qualche test e mi sono accorto che non mi serviva davvero: riesco a ottenere lo stesso risultato anche con la versione free.
Con la bozza finalmente organizzata inizio a riscriverla “in bella”. Durante la rilettura mi accorgo spesso che servirebbero più dettagli. A questo punto, però, so già esattamente cosa mi manca e cosa voglio approfondire, quindi faccio domande molto dirette a Grok
In questa fase Grok è ideale. È l’AI di xAI ed è particolarmente forte sull’attualità e sui dati finanziari
L’ultimo passaggio è una revisione completa: inserisco le immagini che ho salvato durante la ricerca, aggiungo i link, ricontrollo che nella sezione adv sia tutto corretto e poi invio.
Il 2025 è stato l’anno migliore di sempre per Technicismi e ora ci sono +10 mila imprenditori manager e startupper che la leggono tutte le settimane. Ho preparato un veloce sondaggio per capire le ragioni per cui la leggi e come ti piacerebbe che evolvesse nel 2026
Quale sarà il futuro di Technicismi?
Ovviamente questa newsletter è un hobby rispetto al mio lavoro in Chora & Will ma le sinergie tra i due sono fortissime. Technicismi cresce anche grazie al mio ruolo in Will e, allo stesso tempo, sono più bravo nel mio lavoro grazie a tutta la ricerca che faccio per la newsletter (insieme allo “studio pratico” di un progetto media di questo tipo che mi aiuta a capire come sta evolvendo l’industria).
Insomma: credo che il mio lavoro mi abbia reso più bravo a scriverla e che, nonostante la complessità di portarla avanti nei ritagli di tempo, la sera, nei weekend e durante le vacanze, questa newsletter mi abbia reso migliore anche nel mio lavoro. Ne valeva la pena!
E oggi non sono mai stato così entusiasta e ottimista sul suo futuro. Per il 2026 ho delle grandi idee, sia per alzare ulteriormente il livello dei contenuti, sia per ampliare portata e temi (magari con una newsletter giornaliera, una mensile dedicata all’AI, who knows…). Se hai qualche idea o ti va di contribuire in qualche modo, scrivimi rispondendo a questa email!
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Sono convinto che Substack stia entrando in una fase di ipercrescita e che nel 2026 si affermerà come una della piattaforme di riferimento, anche in Italia.
Certo, tutte le piattaforme evolvono, e non c’è alcuna garanzia che la loro evoluzione porti solo del bene per gli utenti. Ma credo che stiamo davvero per assistere a un momento speciale nella storia di questa piattaforma.
E non vedo l’ora di raccontarlo, qui su Technicismi!
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Il toolkit di Technicismi
Cosa ho letto questa settimana
Dietro le quinte dell’offerta di Paramount per Warner Bros. Discovery [Financial Times]
Jensen Huang, persona dell’anno per l’FT [Financial Times]
E “gli architetti dell’AI”, persone dell’anno del TIME [TIME]
Il recap del DealBook Summit di Andrew Ross Sorkin [New York Times]
Cosa ho ascoltato questa settimana
Perché l’investimento di Disney in OpenAI potrebbe cambiare il settore? [Actually]
Nel 2026 i mercati continueranno a crescere [Prof G Markets]
L’incredibile anno di Nvidia [Behind The Money]
L’intervista al CEO di Figma [First Time Founders]
E al founder di Starting Finance [Piccoli Mondi]
Cosa ho guardato questa settimana
Il futuro di Disney [The Circuit]
I trend digitali del 2026 [Francesco Oggiano]
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Bellissimo episodio e grande ispirazione! P.S. il nuovo format con la storia della settimana spacca
Bellissimo episodio e, comunque, congratulazioni perché hai alzato tantissimo l’asticella ❤️